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December 31 Work in progressQuesto blog rimarrà temporaneamente "chiuso per ristrutturazione": della proprietaria. La quale, preda di un rigetto telematico, è fermamente intenzionata a darsi alla macchia fino a data da destinarsi.
Tornerà. Ma non cercatela: vi troverà lei.
PS. Buon anno eh...
December 26 FlashbackNell'ottobre del 2001 moriva Tamara C.
Tamara non era una mia amica, per il semplice fatto che non le ho mai permesso di esserlo, e lei non si è mai posta il problema di farsi degli amici (ne parlo un po' al presente, un po' al passato, in barba alla coerenza letteraria).
Tamara, quando eravamo ragazzine, divenne anoressica molto prima di me. Poi sembrò esserne uscita, e fu proprio allora che Margherita me la fece conoscere: perchè io invece c'ero dentro fino al collo e la dolce, tenera, ingenua Marghy, pensò che avrebbe potuto servirmi. C'è qualcosa che mi fa una immensa tenerezza, in tutti coloro che la vera autodistruzione non l'han mai conosciuta, quelli che il dolore riescono sempre a chiamarlo semplicemente dolore, quelli che quando insistono nel volerti far parlare e allora tu cominci a spiegare gli si dipinge in volto una espressione triste e contrita che vorrebbe con tutte le sue forze essere empatia, ma tu in fondo agli occhi gli leggi chiaro che non riescono a capire, che c'è qualcosa che irrimediabilmente gli sfugge e non afferreranno mai. Che non è una colpa, intendiamoci: ma semplicemente la consapevolezza che quello a devastarsi è un istinto naturale, una propensione dell'anima, una tara genetica, che uno o ce l'ha o non ce l'ha, senza vie di mezzo artificiali, di facciata e modaiole. A 18 anni può pure essere una posa: ma se passati i 30 permane è qualcosa che te lo ritrovi e te lo tieni, e cerca di conviverci il meglio possibile, ciccia.
Io non permisi a Tamara di essere mia amica per questo, e Marghy me la fece conoscere per lo stesso opposto motivo. Appena vidi Tamara capii che il suo essere "guarita" era solo un'abile finzione messa in scena ad uso e consumo del mondo esterno, per far sì che questo si tranquillizzasse e la lasciasse proseguire indisturbata verso la sua consapevole, premeditata e disperata fine. Mondo di cui faceva parte anche la piccola Marghy: che ci era cascata in pieno. Ed io, che quell'istinto sentivo nascere ma ancora cercavo di combatterlo, ancora non sapevo che una volta emerso non avrei mai più potuto eliminarlo ma solo, semmai, tentare di arginarlo, di incanalarlo verso direzioni il meno pericolose possibile, ancora non sapevo che la mia condanna e delizia futura sarebbe stata tenere quell'istinto continuamente sotto controllo... io scappai. Abbandonai Tamara al suo destino. Con gran sensi di colpa, che mi trascino dietro persino oggi che son perfettamente consapevole che non avrei mai potuto far nulla, perchè Tamara era una di quelle persone che non hanno alcuna intenzione di salvarsi, che hanno ben chiaro il loro scopo finale e lo amano di un amore potente e viscerale contro cui tutti gli altri amori impallidiscono e diventano solo affetti di sfondo la cui presenza o assenza è del tutto irrilevante, alla fn dei conti.
Tamara ridivenne anoressica... o meglio, lo fu tutta la vita: entrava ed usciva dall'anoressia a suo piacimento, con una regolarità che aveva persino dello strabiliante... come un'abitudine, un meccanismo perfetto di un orologio, come se alla fine lei e la sua malattia fossero un tutt'uno e non fosse assolutamente possibile stabilire chi delle due controllasse l'altra. Tamara era l'anoressia, e l'anoressia era Tamara. Ed io non sarò mai così determinata e coraggiosa e rivoluzionaria da urlare così forte come fece lei: io continuerò sempre solo ad emettere piccoli suoni soffiati che odorano di disperazione e ricerca senza fine. Continuerò sempre a rimanere a galla volendo intensamente affondare una volta per tutte.
Tamara non si fermò lì: prese a bucarsi, a farsi dell'impossibile, si beccò l'aids, entrò ed uscì dal carcere con la sua faccia altera e sprezzante, la faccia di una che si gode le espressioni sgomente e compassionevoli di chi vuole salvarti e tu sai già che è meglio che risparmino le loro energie ma li lasci fare chè tanto non te ne può fottere di meno, io ho una strada da percorrere e vado avanti.
Tamara ad ottobre morì di una stupida febbre e complicazioni cardiache nell'unica comunità che aveva avuto i coglioni di accoglierla, l'unica che non si era posta il problema di afferrarla per i capelli e tirarla fuori ma era andata oltre, limitandosi ad offrirle un letto su cui morire: e questa, forse, è la vera carità cristiana. Io lo lessi sul giornale: ed il pomeriggio di un 26 dicembre di cinque anni fa andai ad una messa in quella comunità, la messa per ricordare Tamara a cui tutti noi fummo invitati. Ed avevamo tutti un sorriso di sollievo sulle labbra, ci abbracciavamo e ci baciavamo e sorridevamo, sorridevamo contenti, bevevamo spumante e mangiavamo pasticcini e stavamo in silenzio.
Da cinque anni a questa parte, per me il 26 dicembre è quella messa. Posso persino credere in Dio, se penso a quella messa. December 25 We wish you a merry Christmas and a happy new yearE così è andata. Anche quest'anno è andata. Son già a casa, io: e mentre camminavo per la strada pensavo che quando avrei acceso il pc per mettermi a scrivere questo post avrei aperto un msn deserto. E, la dico tutta, me la pregustavo la cosa: come impacchettarvi un regalo immaginandovi tutti alle prese con datteri, fichi secchi e noci di Macadamia, ormai moderatamente alticci, immaginare il vostro ignorare che io fossi qui a scrivere, immaginarvi aprire il mio blog domani, dopodomani, mercoledì, e trovarci l'ultimo regalo, quello che arriva in ritardo e per un attimo ti fa tornare indietro a quello che ormai è stato, e se ne riparla l'anno prossimo. Invece qualcuno c'è: qualche altro sfigato come me...qualcunaltro che come me non si arrende ancora. E' solo questione di punti di vista.
Pareva Pasqua, quest'anno, con st'aria fredda ma neanche tanto e sto sole maledetto che fossi al mare al riparo dal vento sicuro qualche pezzo di vestiario me lo leverei: come fai a sentirti natalizia, con un tempo così? Pur con tutta la buona volontà, non si può, dai: una ci prova anche, ad entrare nel ruolo. Ma bisogna che le circostanze esterne ti diano una sanissima mano di retorica preconfezionata.
Poi lo ammetto: a me il Natale mette una malinconia... ok, mi scappa la lacrimuccia. Perchè poi i miei, maledizione a loro, riescono sempre a farmi qualche regalo che mi colpisce al cuore, a scrivermi un qualche biglietto che mi fa sentire piccola come la tartina al salmone che ho ingurgitato a forza un paio d'ore prima: l'amore di mia madre non conosce sosta, non si arrende di fronte a nulla, posso passarle sopra con un tir di cinismo, prenderla a sassate di altero distacco e freddezza, esplodere in scenate isteriche zeppe d'insulti e disprezzo e lei niente...imperterrita continua ad amarmi! Come nulla fosse mi apre le braccia e, bastarda, mi tira frecciate in mezzo al petto. Cazzo! Quando poi mi dice che è orgogliosa di me la prenderei a testate! Lì raggiungo vertici assoluti di disistima di me!
Così alla fine asono uscita, alle undici me ne son già tornata a casa. Prima però ho messo il Gesù Bambino nel presepe ("Te piace u presepe?"): tirato fuori dal solito cassetto, il solito bacio prima di deporlo fra la Madonna e il San Giuseppe di plastica, la solita superstiziosa preghiera, chè ormai è solo più superstizione, abitudine e meccanicismo senz'anima, ma lo faccio lo stesso chè non si sa mai funzioni. Non ho nemmeno dovuto inventare una scusa: era chiaro pure al cane che di più non ero in grado di reggere, che il fatto che sto Natale se ne fosse andato come nulla fosse ed io non fossi riuscita neppure per un attimo ad entrarci dentro non era più tollerabile. "Non bere troppo", mi ha detto mia madre..."e chiama quando arrivi a casa"... per la strada un po' di gente c'era: qualcuno che portava fuori il cane, un altro che scendeva da una macchina pieno di buste colorate ("ciao ciao, ci vediamo domani"), attraversavo senza nemmeno guardare i semafori, la Imbruglia che mi accarezzava i timpani ma a volume non troppo alto chè altrimenti se mi arriva uno scippatore alle spalle non lo sento. E intanto pensavo un po' a voi, e un po' all'amico di mio padre che si è separato da poco e hanno due figli e allora stasera se li son divisi come il Salomone dei poveri, lui da una parte con il piccolo, lei dall'altra con il grande. Magari domani fanno cambio. E mio padre l'ha chiamato tre o quattro volte, e l'ultima volta erano appena le dieci e mezza e il pupo si era addormentato davanti al film che voleva assolutamente vedere e il padre smangiucchiva le uvette del panettone.
Ed io arrivo a casa con un cellulare di cui non ho bisogno, un buono per l'acquisto di un frigorifero che altrimenti non avrei mai potuto permettermi, lo sguardo di mia madre e mio padre che non si danno pace e innumerevoli cose che mi ricordano l'Africa che non ho mai visto ma un giorno ci andrò e ci resterò e se non ci vado quando morirò crematemi e spargete le mie ceneri ai piedi delle colline Ngong. Arrivo a casa e appena entro mi arriva via sms un semplice e banale "Buon Natale..." da una qualunque parte del mondo, da una qualunque casa insieme a chissà quali volti, cui rispondo con un altrettanto semplice e banale "Jingle bells...". A volte ho proprio bisogno di un po' di semplicità. Ma non riesco mai a farla durare più di qualche istante.
Arrivo a casa, rispondo a d un sms, accendo il pc e scrivo questo post. Merry Christmas. December 18 Niente, il titolo non mi viene: già tanto che mi è venuto il finaleUna qualunque periferia metropolitana. Sono le sei del mattino di una giornata d'inverno: è ancora buio. Una nebbia umida, appiccicosa e densa colora di grigio l'aria e stempera la luce dei lampioni. A tratti qualche macchina attraversa gli incroci rallentando appena ma sostanzialmente badando poco ai semafori. Ed è uno dei rari suoni che interrompono il silenzio. Immaginate.
Voi siete lì, da qualche parte in mezzo a tutto questo. Non avete una colllocazione precisa, nè una temperatura determinata. Fate conto di essere dei fantasmi: degli osservatori esterni dall'interno. Chè infatti questo siete. Una posizione tutto sommato comoda, la vostra.
Se ora vi prendete la briga di alzare lo sguardo verso i palazzi, noterete che qualche finestra illuminata c'è. Chiedetevi per un istante chi si sta muovendo nella stanza dietro a quella finestra: se è un uomo od una donna, quanti anni ha, che ci fa già sveglio o sveglia a quest'ora. Se c'è anche qualcunaltro con lui, o con lei. Che lavoro fa. Chiedetevelo e poi, senza risposta, passate oltre. Riabbassate pure lo sguardo.
E ascoltate. Si sta avvicinando qualcuno. Ed è sicuramente una donna. Sta per sbucare da qualche angolo, ma al momento non è ancora a portata di vista. Per cui concentratevi sul suo passo. Indossa inequivocabilmente scarpe col tacco: un tacco piuttosto sottile, su cui cammina con sicurezza. Mantiene un ritmo regolare e deciso: non ha fretta di arrivare ma neppure sta gironzolando senza meta. Procede senza tentennamenti, senza fermarsi a guardare le vetrine (chè d'altronde a quest'ora c'è ben poco da vedere). Anzi no. Si è fermata. Per un attimo si è fermata. Perchè? Ma poi riprende. Con lo stesso tac tac tac tac inesorabile e senza appello di prima. Ricordatevelo, questo suono. Perchè a breve ve la troverete davanti e vi chiederò di osservarla, e poi di seguirla. Non potrete più farvi distrarre dal suo passo, dopo. Farvi ipnotizzare dal suo martellare preciso ed ossessivo. Non potrete più permettervelo.
Ma...oh, eccola. Ha appena svoltato l'angolo, eccola. Vi sta venendo incontro. Anche se non vi vede, perchè voi siete dei fantasmi. E come le siete di fronte, potreste esserle alle spalle, scegliete voi.
La cosa che salta immediatamente all'occhio è che è completamente vestita di nero. Indossa un lungo cappotto molto stretto in vita che si apre a ruota dai fianchi in giù e accompagna morbido ogni suo passo. Un cappotto con due tasche ai lati in cui lei affonda le mani: il che in generale le conferisce, unito all'ancheggiare accentuato il giusto, un'aria piuttosto strafottente. Dall'orlo del cappotto spuntano le caviglie avvolte da una calza velata: il che lascia capire che sotto porta una gonna. Quanto lunga non vi è dato saperlo: ma dall'insieme probabilmente si tratta di un tubino al ginocchio, rigorosamente nero anch'esso. Per quel che riguarda le calze, sarebbe veramente una delusione che non si trattasse di autoreggenti. Ed ora avete anche conferma delle scarpe: nere, col cinturino che le disegna un anello sottile e deciso attorno all'osso. La punta si staglia netta anche in questo buio. Ha un cappello calato in testa, una cloche dal taglio maschile da cui spuntano ciuffi di capelli corti e che non vi permette di vederle gli occhi: l'unica cosa che intuite sono le labbra. Ci ha passato su un rossetto scuro, quasi bordeaux. Le labbra, alla fine, sono l'aspetto fondamentale della faccenda: una volta che avete notato le labbra,pare che tutto il resto sia solo un contorno che vuol portarvi a focalizzare il vostro sguardo su di loro. Su come le tiene leggermente dischiuse. Dove sta andando? Oppure... da dove sta tornando? Seguitela.
Si è fermata di nuovo. E voi con lei. Tira fuori dalla tasca un cellulare, sui cui tasti armeggia con aria piuttosto esperta. La luce azzurrina le illumina il volto, ma ancora gli occhi vi sfuggono. E' china sul telefono, tesa e concentrata. Lo ripone nella stessa tasca di prima, dall'altra estrae un pacchetto di sigarette, si perde in un gesto automatico di accensione: aspira con forza, potete vedere come non aspettava altro. E riprende a camminare. Così ora avete capito perchè prima, quando ancora non l'avevate di fronte, avete sentito i suoi passi interrompersi. Seguitela.
Seguitela mentre scompare dentro il portone di noce scuro di quella casa dai balconi di ferro battuto stretti come i vostri incubi diurni, seguitela quando il marciapiede diventerà una strada sterrata in mezzo a campi incolti che pare non abbia fine e voi di lei non avrete che la visione delle spalle sottili e sarete lì a chiedervi come faccia, su quei tacchi, a mantenere l'equilibrio. Seguitela quando entrerà nel primo bar illuminato per ordinare un caffè e voi da fuori la vetrina noterete come lei si sia accorta degli sguardi che la circondano ma riesca a conservare un'aria assolutamente indifferente. Seguitela quando rischierete di perderla in mezzo alla folla del primo mattino in cui si getterà per far perdere le sue tracce. Seguitela quando per un istante, un solo istante, si volterà a guardarvi, e poi comincerà ad accellerare. Seguitela quando vi sembrerà che non ci sia più nulla che davvero valga la pena fare, se non seguirla. Seguitela quando il suo cappello calato sugli occhi vi risulterà insopportabile. Seguitela quando il suo passo deciso vi sarà entrato in testa come il ritmo ossessivo che non avete mai avuto, e quel ritmo si sarà sintonizzato sulle vostre pulsazioni. Seguitela allo spasimo, seguitela senza chiedervi se riuscirete mai a raggiungerla, seguitela come seguireste voi stessi nei rari momenti di lucidità. Seguitela. O non seguitela affatto. Tanto non sta scritto da nessuna parte che sia seguendola, che riuscirete a prenderla. Quindi vedete voi, cosa vi pare più opportuno. Tanto non sta scritto da nessuna parte che, una volta che l'avrete presa, vi sentirete meglio. Seguitela: e che il fuoco, finalmente, sia con voi. Domenica:ultima domenica prima di NataleTi svegli la mattina per niente leggera: nossignori, oggi non son per niente leggera. Ieri lo ero: ieri diramavo per l'etere sms del tipo "mi son svegliata con una sensazione di sollievo che spero duri". Oggi no. Oggi son parecchio impegnativa. Più del solito. Ti svegli e da sveglia ti trascini dietro un incubo: i regali. Devo comprar sti benedetti regali. Fortuna che mi son fatta terra bruciata attorno così nel giro di poco presumo di cavarmela. Colazione e... plin plon, campanello: la figura paterna irrompe in casa ansimando e trascinandosi dietro un tubo catodico da 20000 pollici chè sai, noi ci siam comprati quello a schermo piatto, magari a te serve, te lo metti in mansarda. Eh già, magari a me serve. (Apro qui una parentesi: io non abito in un normale appartamento. Io sono come la principessa prigioniera con le trecce bionde: abito in una torre. Tre piani di casa, ognuno di 30 mq: infatti la domenica mattina son solita calare, appunto, le bionde trecce dall'abbaino per far sì che televisori da 20000 pollici vengano a piantare le loro valvole nella mia mansarda. Ora mi sento finalmente una donna realizzata: ho una casa di tre piani, e un televisore per ogni piano. Nessuno dei quali resta acceso per più di mezz'ora).
Ti fumi la sigaretta, saluti il cane... e intanto cerchi di fartene una ragione: è domenica, e proprio di domenica tu sei riuscita a racimolare il coraggio di andar per regali. Non c'è che dire, ci vuole decisamente il cosiddetto pelo per affrontare tutto ciò. Ma siccome io, di pelo, ne ho ma giusto quel tanto che basta per pararsi dagli spifferi (specie da quando mi son fatta falciare i capelli in un taglio da dark lady dopo secoli di chiome romanticamente lunghe), cerco un complice: una spalla, un portapacchetti, uno più scazzato di te che almeno ti senti meno vile ad unirti alla bolgia infernale della massa deambulante nei centri commerciali. Uno che se anche non è tanto alto, in due ci si sente un filo più in alto degli alti. Un trampoliere, insomma. "Che fai oggi?". "Non so, perchè? Avevi in mente qualcosa?". "DEVO comprare i regali di Natale". "Ok, passo da te per le tre...troppo presto?...tre e mezza?". "Vieni prima possibile: prima iniziamo, prima finiamo".
Comunque qualcosa di buono ho concluso, eh: ho capito che ho dei problemi, ed anche seri. Ora lo so, e con certezza matematica ed assoluta. Dall'incursione in Feltrinelli sono uscita con quattro tomi: due regali per il prossimo, e due per me. Nella fattispecie, mi sono omaggiata di: "Diario di una ninfomane" e "Elogio dell'amore vizioso". Poi, giusto perchè comunque ero lì non per me, alla mia cara Lu ho comprato "Fallo felice" (e vi prego di notare la sottile ed elegante ironia del titolo: del resto, di ritorno dalle ferie questa estate, le ho portato un reggiseno di caramelle, è tutto dire). Tomi che mi godrò nel mio letto a baldacchino che ho comunque bardato di una ghirlanda di finto vischio puro acrilico infiammabile con fiocchetti rossi ed agrifoglio, perchè alla tradizione ci tengo. Avrei voluto aggiungere al carrello "365 giorni con il Papa", ma mi pareva francamente troppo morboso, rischiavo poi lo svenimento della cassiera....
Ma la giornata, signori, non era di quelle leggere, l'ho detto in apertura. La giornata è finita preda della furia senza scampo che solitamente mi coglie in sindrome premestruale, sotto le feste comandate o ai giri di boa. La giornata è finita correndo all'una di notte sotto una pioggerellina senz'arte nè parte in una piazza del mercato vuota, i miei piedi che massacravano l'asfalto senza trarne alcun giovamento, chè quando hai voglia di correre così l'unico posto è una lunga spiaggia sabbiosa dove affondare scalza. Finendo senza fiato contro l'unico albero superstite della città, la testa appoggiata alla corteccia ad ascoltare il mio petto devastato ma ancora poco soddisfatto. Con il fido trampoliere che mi arrancava dietro trascinandosi un enorme sacco nero colmo di bottiglie vuote raccattate per tutta la casa. Chè questo era poi lo scopo dell'uscita notturna: andare a spaccare le suddette bottiglie da qualche parte. Con enorme rispetto dei dormienti, si intenda. E così si è fatto: giunti al bidone, le bottiglie sono state scagliate contro le pareti interne del suddetto con tutta la forza di una taglia 40 inferocita che mastica rancore e livore e rabbia repressa da giorni interminabili. Che non ha di fronte a sè l'oggetto di tanto devastante istinto omicida, nè l'ha mai avuto al momento buono, e allora un qualche modo per tirar fuori tutto questo bisogna pur trovarlo, prima di saltare al collo del primo amico, parente, semplice sconosciuto che ti dice mezza parola sbagliata. Un modo per distendere un attimo, anche solo un attimo, i nervi elettrizzati dall'alta tensione, trattenuti fino allo spasimo, controllati a costo dell'autodistruzione, occorre assolutamente trovarlo: sennò non si va avanti. Bisogna sfogare, sfogare, sfogare, tirar fuori tutto quello che c'è da tirar fuori: urlare, spaccare bottiglie, correre, prendere a pugni il muro. Basta che tutta questa violenta, accanita, viscerale, morbosa, persecutoria rabbia trovi una via d'uscita. Chè toccherà esser molto lucidi, domani: e da incazzati non si è mai lucidi. Un errore prima o poi lo si commette.
December 15 Se avanzo seguitemi, se arretro uccidetemi (post per Marco: sì, per te)Ora che tutto tace, finalmente posso parlare. Chè in questo silenzio non ho più bisogno di urlare per farmi sentire. Ora che ho deciso di chiudere la porta e gettar via la chiave, posso finalmente guardarmi allo specchio e cominciare a cercarmi.
Tutte le cose finiscono: e non è vero, in realtà, quel che commentai tempo fa in un altro blog, che "nulla è per sempre, neppure un addio" (scusami cara, ma stavi talmente male che una pietosa bugia mi era sembrata la cosa migliore. Tanto ora hai deciso di far la dura, no?). Certi addii possono e devono essere per sempre. Anche se costa fatica. Anzi, più costa fatica più bisogna sforzarsi di essere coerenti.
Ho provocato questo addio con ostinazione suicida: da un certo punto in poi, tutte le mie azioni, le mie parole, i miei gesti, sono stati i tasselli di questo addio. Non ho avuto pietà nè dolcezza: ogni punto debole che ho trovato l'ho sfruttato, ho affondato le dita nelle ferite per far sgorgare ancora più sangue. Tutta la rabbia e l'odio che ho potuto tirarmi addosso li ho coltivati con pazienza e cura dei particolari. Perchè avevo uno scopo ben preciso in testa: una deflagrazione violenta. Che poteva prendere due direzioni opposte, a me non era dato saperlo. Ho rischiato, consapevole di rischiare. Ma le mezze misure, tesoro, non fanno per me: neppure se è solo sesso.
Poi possiamo pure metterci a discutere che certi incanti dei sensi non valgono la pena del rimpianto perchè di tale è degno solo l'amore. Ed io vi darei ragione. Salvo poi domandarvi se siete mai stati vittime di un incanto dei sensi. Tentando di spiegarvi quanto sia dilaniante mettere a tacere il desiderio, quanto il confine fra un desiderio perverso e morboso e l'ossessione d'amore sia veramente molto, molto labile. Che pur senza amore il desiderio esiste lo stesso, e non è affatto detto che sia più facile da sopire, tenere a bada, dimenticare. Che sia meno forte. Anzi. Libero da certe imposizioni dell'anima, può diventare potentissimo: perchè la scena è tutta sua. Perchè se quando sei fuori dal letto non hai i vincoli dei già citati buongiorno quotidiani, le cortesie del come stai e dell'ascolto se l'altro ha bisogno di essere ascoltato, allora poi pure a letto ti senti privo di vincoli. Non devi dimostrare nulla, il tuo desiderio non lo devi reprimere in nome del rispetto dell'altro, chè pare che il rispetto sia uno dei requisiti fondamentali dell'amore. E così finalmente tiri fuori quello che sei, quello che saresti veramente fra le lenzuola, se solo non ci fosse una immagine, dopo, da salvaguardare. Scopri desideri, tendenze dello spirito e del corpo, nodi del piacere, che manco pensavi di avere. Ed è inutile che ci prendiamo in giro: per quanto ci dichiariamo liberati e privi di tabù e tutte queste belle balle qui, di tale fregatura perversa delle relazioni pissi pissi bau bau siam vittime tutti quanti, prima o poi.
Solo che è un gioco pericoloso. Estremamente. Più dell'amore. Perchè l'assenza di tutte queste cose, la cortesia, il rispetto di facciata, l'obbligo di presenza, ti fa sentire in diritto di non avere pietà: e se non hai pietà vai a scavare nell'anima molto più a fondo di un innamorato. Ne tiri fuori tutte le paure, le debolezze, provochi per il gusto di vedere fino a dove può arrivare la tua provocazione senza porti alcun problema, senza fermarti neppure un attimo a chiederti se per caso non stai esagerando. E ogni volta che hai superato un certo limite, non resisti alla tentazione di andare avanti e porne uno nuovo. Devasti. Come una caterpillar. Come un caterpillar. Alla fine c'è da sperare che chi fa con te sesso solo per il sesso non sia tanto intelligente, non sia in grado di capire più di tanto, perchè altrimenti dopo un po' non reggi. E' un continuo mantenersi in equilibrio fra l'orgoglio, la rabbia e il basso ventre. Chè se poi comincia a sorgerti il dubbio che "forse non lo sai, ma pure questo è amore", lì allora è veramente la fine: entri in un circolo vizioso di domande senza risposta, di fughe e ritorni, di ricerca continua di nuovi equilibri che ci vogliono due palle così per non metterti a tirar testate contro il muro.
Finchè decidi per un addio: calcolato e premeditato. Ma che lanci d'istinto. Perchè tocca farlo. Non so ANCORA dove andrò a parare, dopo tutto ciò. E non mi sento neppure in una botte di ferro, ANCORA. Ma perchè la cosa è ANCORA fresca. Quindi...
Se avanzo, seguitemi. Se arretro, uccidetemi. December 11 Caro Babbo Natale...Caro Babbo Natale,
sì, lo so, avevo detto che del vischio e l'agrifoglio non me ne fregava niente. Ed in effetti è così. Solo che pare esista questa abitudine, da parte di molti, di scriverti chiedendo cortesie, profumi, balocchi, miracoli ed intercessioni. E allora perchè non confondermi alla massa dei questuanti e tentare la sorte anch'io? Poi in fondo mi garba pure l'idea di credere per una volta in qualcuno che non sia soltanto me stessa.
Allora, vado?! Vado. Vorrei, vorrei, vorrei...
... il barattolone di Nutella. Ma non quello da 3 kg che sta spuntando come fosse chissà quale novità, ormai, in tutti i supermercati. No. Io voglio proprio quello del sogno di Nanni Moretti, quello che ci affondi dentro direttamente il cucchiaio di legno, altro che il cucchiaino da the d'argento. Anzi: a quel punto ci affonderei le mani e tutto l'avambraccio, guarda. Da ritrovarsi con la bocca impastata fino all'inverosimile, i baffi, la barba e pure le basette di cioccolatosa perdizione. Che ti fa venire una nausea da Nutella da non poterne più sopportare neppure la vista per i prossimi 20 anni, che a Pasqua cominci a travasarla nei barattolini piccoli come la salsa ad agosto e ti fai il giro di tutti gli amici cercando di sbolognarne il più possibile.
... l'IPod da, cos'è? 40 Giga il massimo? Insomma, quello che tiene di più. Che il mio umore pare abbia appeso al collo un cartello con su scritto "Divieto di sosta", ed io mi son rotta di rinnovare il parco files del mio misero 2 Giga una volta la settimana. Milioni e milioni di bytes musicali a mia completa disposizione ovunque io vada, un'orgia sonora che rasenta l'infinito nella quale sguazzare fino all'implosione.
... quel tripudio di velo nero elasticizzato e ricami di seta ecrù che ho visto in un negozio del centro qualche tempo fa. Completo di tutto: dal reggiseno con le coppe leggermente imbottite lavorato persino sulle spalline alla calza morbida ed evanescente come una piuma, fino al baby doll con i nastrini di raso nero pece, nero notte, nero nero. Un trionfo d'impalpabilità palpabilissima che ne sentivo il profumo attraverso la vetrina, un attentato all'arma bianca ai miei desideri da starsene in casa solo con quello addosso per il puro gusto di vedersi così perfetta e senza sbavature. Una cosa, Babbo Natale, che neanche se vinco al Superenalotto avrò mai il coraggio di andarmi a comprare: perchè di sicuro dopo becco qualcuno che mi dice "Ma lo sai che ogni minuto un bambino muore di fame nel mondo?".
... ma soprattutto c'è una cosa che voglio. E quella la voglio con tutte le mie forze. Una nuova ossessione (.../che ormai mi trovo dentro/dammi solo anestetici, sorrisi/ed una nuova ossessione/che brucia ogni silenzio/...). O una new addiction, se preferisci fare il figo e detto così ti suona meglio. Non è detto che debba essere per forza un uomo, eh. Può pure essere una donna, un animale, un libro, un autore, un lavoro. Basta che sia qualcosa che mi convoglia tutta senza appello verso un unico esaltante (o devastante, vedi tu: per me è uguale) scopo, che mi entra in circolo con la stessa violenza di una tequila bum bum a stomaco vuoto (anche di più, se possibile), che mi martella le tempie privandomi di ogni possibilità di scampo. Qualcosa che passo il tempo ad affondare dentro me stessa alla ricerca di una cosa che non so neppure cos'è, ma so che c'è e la voglio vedere in faccia. Qualcosa che mi costringe a superare un qualche mio limite. Ma non uno qualsiasi fra i tanti. No. Uno qualsiasi fra quelli più profondi e sotterranei, uno di quei limiti che una volta che l'hai, appunto, valicato, dopo non sei più la stessa di prima e non lo risarai mai più. Qualcosa che di tutto quel che accade intorno, e con la mia ossessione non c'entra nulla, manco me ne accorgo. Qualcosa che mi porti via. Che non mi renda più lucida. Che sostituisca ogni vecchia ossessione.
P.S.
In fondo sono una brava ragazza, Babbo Natale: è solo che "è un mondo difficile: felicità a momenti, e futuro incerto". Oppure "non sono cattiva: è che mi disegnano così". Oppure ancora "è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo". Oppure ancora ancora "quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare". Oppure...vabbè, ok, credo di aver reso l'idea. Preparo l'avena per le renne, eh: te la lascio in giardino. Ah, mentre ci sei, non è che mi porteresti via l'immondizia?
December 10 Piccole perversioni quotidianeAlzarsi la mattina che non devi andare a lavorare: alzarsi con tutta calma, quindi. Scendere in soggiorno, guardare in giardino che tempo fa (particolare in realtà irrilevante: son malata, irritabile ed irritante, morbosa e perversa, ma non metereopatica, per fortuna) e, per prima cosa, aprire il frigorifero per tirarne fuori una di quelle bottigliette al "multibifido attivo passivo ed ancora indeciso, lactobatterio, caseoimmunitas, ai cereali aggregati disgregati mediamente scremati, anticolesterolo ipertensione arteriosa sifilide gonorrea candida e pneumococco". Lasciare che ti rinfreschi l'ugola e le pareti dello stomaco e ti addolcisca le papille gustative, cullandosi contemporaneamente nel sorriso ebete e virgineo di chi sa che sta facendo qualcosa per il suo bene, di chi può dirsi a ragion veduta "io ho uno stile di vita sano".
Dopodichè, aspettando che bolla l'acqua per il the in cui intingere fette biscottate integrali arricchite di marmellata biologica, accendersi la prima sigaretta della giornata: ma con la coscienza straordinariamente pulita.
Chattare con il tuo migliore amico per nottate intere andando, a virtuale braccetto, a visitare i siti più infami che alla tua fantasia possa venire in mente di cercare, sbellicandosi dalle risate a dissacrare tutto il dissacrabile ma, soprattutto, il non dissacrabile. E alle 2 del mattino, con ancora l'asciugamano in testa per solidarietà con i Talebani, fissarlo in cam proferendo le parole magiche :"Ho finito le sigarette". "Bene: andiamo a comprarle?". Quindi, verso le 3, aspettarlo seduta sul bordo del marciapiede sotto casa, con alla destra una bottiglia di Merlot e alla sinistra due calici di cristallo: e camminare verso l'automatico così, con il bicchiere in mano in piena notte. Continuando a ridere. Tranquilla. Perchè lui è il tuo amico e non hai bisogno nè di spiegargli i mille motivi per cui non è il caso che provi a baciarti nè di startene a distanza di sicurezza. Anzi: se poi la sbronza vira clamorosamente verso il triste, puoi pure permetterti di accasciarti a peso morto su di lui senza che da pacifico omino occhialuto si trasformi in un pericoloso incrocio fra un polipo ed una cozza.
Passare alla cassa per pagare un pacco di ob e, alla brillante osservazione della cassiera "Ti sono arrivate?" (cosa? le crisi di nervi, le zie dal paese? Mestruazioni, si chiamano mestruazioni. Se preferisci ciclo: in ogni caso non è turpiloquio), trattenersi da battute acide tipo "No: ho finito i tasselli per le mensole del bagno", ma abbassarsi al suo femmineo livello e proferire, preferibilmente con aria sofferente e misteriosa, "Eh, sì, lascia stare, proprio ora". E a quel punto vederla sbiancare e sentirti osservata con un'aria a metà fra lo sconvolto, l'impietosito ed il disgustato: cominciare ovviamente a chiederti se per caso, negli ultimi 10 nanosecondi, hai cominciato a ricoprirti di bubboni rossi e purulenti su tutta la faccia, se ti son cascati i capelli di un botto, se... Niente. La cassiera tace. Sempre sconvolta. Insomma..."Bhè, che c'è?"..."Ma, tu usi gli interni già dal primo giorno?? Guarda che non si può: me lo ha detto il mio ginecologo. Gli interni solo gli ultimi 3 o 4 giorni!": conclude trionfante, convinta di avermi illuminata d'immenso. Abbozzare un mezzo sorriso, internamente pregustarti la vittoria e con un tono il più possibile monocorde (giusto per non infierire troppo) buttar sul tavolo la cruda verità "Tesoro, a me durano 3 o 4 giorni IN TOTALE...non so tu" e uscire dal supermercato brandendo gli ob come la regina d'Inghilterra l'Union Jack.
Arrivare a casa la sera, il sabato sera, o il venerdì sera: quando tutti si aspettano che tu esca. Dopo aver passato il pomeriggio a rispondere ai vari messaggi sempre allo stesso modo "Mha, non so, ora vedo, poi ti dico eh, ma non credo proprio, tu intanto organizzati per i fatti tuoi" (perchè in fondo son democratica). Chiudere definitivamente la porta, levarsi tutto meno che l'intimo e le calze, accendere lo stereo ma non la luce, solo qualche candela qua e là ed in bagno: far scorrere l'acqua calda mentre giri col solito calice in mano e, per buona educazione, confermi al mondo la tua assenza via sms prestampato. Forse accendere il pc, forse no: e, in ogni caso, anche se lo accendi, entrare in msn da invisibile, vedere chi c'è e spegnere, o dimenticarselo lì acceso, che tanto è uguale. Godersi l'invisibilità, il spiacente non sono raggiungibile, da nessuno, nè ora nè mai, la propria medesima sensualità di autoreggenti e vino rosso solo ed esclusivamente a proprio uso e consumo. Spogliarsi con religiosa lentezza, affondare in un mare di schiuma, respirare lenta con i piedi appoggiati sul bordo della vasca, canticchiare la Imbruglia, finire con la testa sott'acqua per il puro gusto del silenzio in stereofonia. E dedicarsi alla masturbazione più dolce e languida della giornata, carezzevole come solo un atto d'amore verso di sè sa essere, lenta e perfetta, in totale sincrono con i pensieri, lasciando che fantasia e ricordi si mischino senza soluzioni di continuità, alterando l'una e gli altri a proprio piacimento. Senza fretta. Senza preoccupazione alcuna. Senza prospettive, progetti, parole e strategie. Coltivando il senso dell'assenza. Poi domani si vedrà.
December 05 Am I too lost? Post v.m.18Lì, dove i capelli diventano cortissimi e si scopre l'apparente tenera nuca, dove la nudità del collo lo fa sembrare così indifeso, dove la pelle è priva di qualunque barriera protettiva: è esattamente lì che devi mordere. Lì dove convergono i sensi, anche quello del ridicolo: è lì che t'invito ad affondare i denti. I denti, sì. Non la superficie morbida delle labbra dischiuse in un finto morso, la carezza languida della punta della lingua. No. Proprio i denti. Giù, nella carne, fino al limite del dolore, convoglia il tuo desiderio (perchè ce l'hai, vero? Quanto? Su, fammi vedere quanto...) fra quei benedetti denti, e aggiungi tutto quello che nel frattempo ti sale dalla bocca dello stomaco: rabbia, furore, odio...non necessariamente contro di me,eh: usami per sfogare la rabbia contro il capoufficio, la commessa del negozio, tua madre... osa farlo, su... il senso incolmabile della distanza, la stima e la disistima. Nella carne sta l'essenza di quel che siamo e non è certo questo il momento per fare gli schizzinosi e tentare di salvare l'immagine. Quanto di quel che sei riesci a metterci in questo morso, eh, tesoro? Quanto coraggio hai di andare a fondo prima di sentirmi urlare? Quanta paura hai di farmi male? Quanto riesci a vincerla questa paura? E quanto pensi che ti ritroverai di me, dentro, dopo questo morso? Poco, tanto? O forse addirittura nulla, perchè strapparmi un urlo è una impresa ardua? E allora datti da fare, dolcezza, insegui il mio urlo con tutto l'orgoglio che ti ritrovi, perchè è esattamente lungo questo precipizio che voglio portarti e voglio che mi porti. E odiami mentre lo insegui, odiami perchè te lo levo dalle mani ad intervalli regolari. Non mi spaventa l'ipotesi che tu ora possa arrivare persino ad odiarmi. Nè ora nè dopo. Non sto aspettando altro. Voglio vino e lacrime e sangue e sudore, chè non sta scritto da nessuna parte che il desiderio profumi di violetta, il desiderio non è asettico nè tantomeno equilibrato. Il desiderio è scivoloso, viscido ed appiccicaticcio, sporca le mani ed i vestiti, lascia segni inequivocabili sul corpo e la stoffa, ti fa venire le occhiaie. Il desiderio ti monopolizza il pensiero finchè non riesci più a camminare senza sporcare le tue belle mutandine fresche di bucato: e c'è veramente poco da prendersi in giro, quando vai al bagno e te ne accorgi. Il desiderio è brutale nella sua chiarezza. E' uno sporco gioco di forze in cui mi posso permettere di puntarti gli occhi addosso e riderti in faccia perchè sei senza fiato e poi tacere continuando a sfidarti con lo sguardo. E quando ti ritroverai laggiù (sì, hai capito bene, quella cosa là che non posso dire altrimenti mi chiudono il blog)...quando ti ritroverai laggiù, prova a pensare anche solo per un attimo che forse ti sto solo usando per il mio personalissimo piacere, che mi sono assisa sul mio trono a godermi lo spettacolo della tua buona volontà, che magari a tratti mi balenano per il cervello le cose che ho da fare il giorno dopo, che mi sto domandando quando diamine capirai come devi fare. Ci hai mai pensato, a questo? Fallo, su, spingiti a pensare che non ci sono veramente tesoro: voglio vederti mentre pensi che ancora non ce l'hai fatta. Perchè se provi solo a pensarlo allora alzerai la testa e verrai su a baciarmi, perchè è solo con un bacio che abbiamo l'illusione di ottenere una qualche resa, e la mia e tua saliva mischiata ai miei umori ti daranno l'impressione di esserci riuscito. Era qui che ti volevo. Al tentativo ultimo di entrarmi dentro e battermi, alla disperazione del bacio, la tua bocca spalancata a divorarmi, ad inseguirmi anche lì. Era qui che ti volevo. Alla frenesia incontrollabile, al non più procrastinabile, senza tutti quegli orpelli di delicatezza e tenerezza che mantengono le pulsazioni al ritmo socialmente accettabile. Era qui che ti volevo. E non è poco. E se questo è malato, è devastato, è morboso, è la strada che conduce all'insoddisfazione eterna, allora io sono malata e devastata e morbosa. Perchè il desiderio, il mio desiderio, non è sano nè equilibrato. Il mio desiderio ha bisogno di non poter fare a meno di inciderti con le unghie segni del mio passaggio sulle spalle, il mio desiderio ha bisogno di vagare in preda a se stesso, di rasentare il delirio, di montare alimentandosi di sensazioni per niente soffici ed accondiscendenti.
Il mio desiderio è insoddisfatto, sì. Perennemente. Ringraziando il cielo. December 04 Close the door as you leaveAllora... pare che di qui passi spesso un certo numero di persone a... com'è? Curiosare fra le mie cose? Tentare di decifrare? Carpire informazioni? Non che gli spettatori non paganti non mi solletichino l'autostima: ma le reazioni stanno ormai arrivando a tali intollerabili livelli di non sopportazione da richiedere parecchie precisazioni.
Dunque... posto che un blog è per eccellenza pubblico, è un luogo di ostentazione di sè per pricipio, farei a meno di usare termini morbosetti tipo "curiosare" (se leggere un blog vi dà già un brivido di trasgressione sarei curiosa di vedere come reagireste se mi presentassi avvolta di latex lucido, stivali alla coscia, frusta nella mano destra e manette tintinnanti alla sinistra: anzi, no..non son curiosa... finale scontato e frettolosamente prevedibile, direi... roba di secondi, mi sa...).
Detto ciò, aggiungo anche che non ho aperto un blog perchè volevo sollazzare i naviganti con motti di spirito, foto artistiche e citazioni dotte. No. L'ho aperto proprio per il motivo che mi si rimprovera: per urlare stati d'animo. Perchè, come ebbi già a dire, io non son leggera.
Fatevene una ragione. Non createvi il mito della walkiria dal cuore tenero inacidita dalla vita che aspetta solo il prode principe azzurro che le sciolga il gelo che forzatamente la pervade. Sono acida come una mozzarella di bufala dell'anno scorso. Vi viviseziono senza pietà alcuna, non ve ne faccio passare una, vi punto gli occhi addosso senza neppure tentare di nascondere che vi sto studiando dall'alto: e se voi pensate che non sono nessuno per mettermi così in alto, che sono arrogante e presuntuosa, non dico che magari non abbiate ragione. Ma me ne fotto. Semplicemente.
Poi sarà pure una fase della vita: ma anche fosse così, è una mia libera scelta. Qualunque tentativo di forzarmi in una direzione che non ho volontariamente scelto non sortirà nè scatti d'ira nè crisi mistiche (perchè son talmente acida da ritenere che cose del genere non meritino la mia preziosa energia): molto semplicemente calerà il silenzio. Semplicemente. Altro giro altro regalo.
Non mi aspetto passerottini, rami di agrifoglio sotto cui farsi gli auguri di buon anno, buongiorno quotidiani e peluche "mi manchi tanto": non solo non me li aspetto. Non li desidero neppure. Ed è la verità. La pura verità. Torno a ripetere: fatevene una ragione. In questo blog alberga l'unica donna che non si scioglie di fronte ad una scatola di cioccolatini a forma di cuore: e voi avete avuto la sfiga d'inciamparci. Capisco che l'esemplare raro stimoli la curiosità dell'entomologo: ma son disposta a tollerare solo quella. La sindrome dell'io ti salverò tenetevela buona per certe 40enni dedite a Nek e ai romanzi francesi fine '800.
E attenzione: che nessuno mi venga a dire che allora son fredda ed incapace di passioni. Io sono una fucina di passioni, un fuoco di fila di sensazioni devastanti che manco vi immaginate, son piena di desideri morbosi mozzafiato che se vado da un prete, come ha detto un mio amico, quello chiude il confessionale e si tappa in bagno per una settimana: io vibro ad ogni passo, mastico musica fin nello stomaco e non considero neppure lontanamente l'ipotesi di risparmiare le mie energie.
Ma questo, cavolo, mi pareva di averlo già detto... possibile che a intervalli regolari io debba rinfrescare la memoria a chi passa di qui?
Fatevene una ragione, ripeto. Niente maschere. Son così. Punto. E mi annoio facilmente. Forse persino delle cose che a prima vista paiono più devastanti: perchè anche quelle prima o poi, porca miseria, rientrano in un qualche schema. E' inevitabile. Close the door as you leave. December 03 Merry ChristmasE' dicembre. Punto. E' solo dicembre.
Sentiti ringraziamenti a tutti coloro che vorranno risparmiarmi la retorica delle palle di Natale. Non mi sento buona. Affatto. Nè ho bisogno di essere salvata dalla mia acidità. Forse dopo l'Epifania, eh...
P.S.
Tanti auguri December 01 Punto d'arrivo mobile (visto da un altro punto di vista)Se ora chiudi gli occhi...così, bravo... dicevo, se ora chiudi gli occhi, ma li chiudi veramente, senza stare lì ad aspettarti nulla di che, semplicemente lasciando che il respiro si faccia lento e morbido, che tutto fluisca senz'ansia e preconcetti banali, allora per prima cosa comincerai a sentire l'odore. Ti arriverà piano ma senza appello, come un treno che rallenta in stazione. E' un odore, come dire..caldo, come di legna bruciata nel camino, brandy versato al buio... qualcosa di fresco, di vivo, che brucia, comunque. Poi inizierai a distinguere un profumo più delicato, in mezzo a tutto ciò: sono gli acini d'uva nera che sto sbocconcellando di fronte a te. Il profumo si sprigiona già quando stacco l'acino dal graspo ed una minuscola goccia di succo mi inumidisce i polpastrelli. E se fai bene attenzione dal profumo puoi già intuire un po' del sapore, che al momento però è solo mio. E' ovviamente un sapore acquoso ma piacevole. E sarà solo mio ancora qualche tempo, perchè vorrei che tu ti ci concentrassi, su tutti questi odori: iniziassi a filtrarli nelle tue narici, a distinguerne le componenti acide e dolci, forti e lontane. Ed in mezzo ad essi individuassi il mio, di odore, riuscissi a focalizzarlo a distanza e separarlo dal resto. E' estremamente piacevole costringerti al buio, sai? Limitarti i sensi ed obbligarti ad indirizzare tutta la tua attenzione su uno solo di essi. Potessi ti legherei le mani, per essere certa che non tenterai di chiudere il gioco: ma alla fine è meglio che mi fidi di te. Alla fine l'idea che tu sia consenzientemente limitato nelle tue azioni rende il tutto molto più interessante. Preferisco gli scontri ai vertici. Pausa. L'uva sa di vino, ma ovviamente non è vino. Però è più dolce, pizzica di meno. Se ora avvicino le mie dita alle tue labbra, fa attenzione: perchè se sei stato bravo e ti sei completamente concentrato sugli odori, la sensazione immediata sarà piuttosto forte. Avrai l'uva, la mielosità dello zucchero, ma anche, molto netto, il mio, di odore. Con il forte sentore di tabacco che mi porto spesso sulla pelle delle mani. E dovrai essere molto, ma molto bravo, a limitarti solo all'acino. E' tutto basato sulla lentezza, questo non dimenticarlo mai: non è detto si debba arrivare per forza da qualche parte, lo scopo è solo andare al fondo di ogni singola sensazione. Quindi torniamo all'acino, al suo odore che ora ti sta sotto il naso ed in bocca, ed alle mie dita che molto di sfuggita ti sfiorano le labbra. Riesci a distinguere la consistenza della pelle dei miei polpastrelli? Riusciresti a dire, così, al buio, in virtù di un leggero sfioramento, se è spessa o sottile?... No, questo no, non tentare di capirlo, scusa: mi son fatta prendere la mano anch'io e stavo per accellerare. Mentre il tatto, invece, preferirei tenerlo per ultimo. Piuttosto... ascolta... c'è il mio respiro, qui, da qualche parte, in mezzo a tutti questi odori, affondato in questo buio. Al momento ha un ritmo ancora piuttosto tranquillo ma... la senti quella piccola nota di fondo non dico stonata ma... di un tono più bassa? E' come un'inspirazione più breve delle altre, un intervallo sconnesso fra respiri più lunghi e rilassati, senza una cadenza precisa. Ma impercettibilmente ogni volta la distanza fra una di queste... note basse... e l'altra, si accorcia. Cerca di ricordartelo, questo ritmo: perchè se riesci ad averlo ben chiaro in testa, allora poi riuscirai a di distinguere quando sto cominciando ad arrendermi veramente. Viceversa ingannarti sarà una delle cose più facili da fare: sempre che io, vedendo che non fai attenzione, abbia voglia di fare questo sforzo, oltrettutto. E non stupirti quando dico questo: lo sai che son sempre molto franca. In fondo torniamo sempre al discorso di prima: voglio uno scontro ai vertici. Potrà sembrarti strano, ma è una forma estrema d'amore farti scivolare verso lo scontro. Perchè non mi accontento di un semplice cedimento fisico: quello lo lascio a chi non ha nulla da dire. Ascolta: sto modulando la mia voce per te, e solo per te. Sto misurando i toni bassi per renderti chiara ogni singola parola e tuttavia far sì che sia udibile da te, e solo da te. Sto scegliendo con cura cosa dirti, mi preoccupo anche della dizione, e allungo le vocali per indurti a confonderle con un sospiro. E aspetto. Aspetto paziente un tuo sospiro. Non ho fretta. Sto per passare al gusto: cosa vuoi assaggiare? Mi sento buona stasera, ti lascio scegliere. O forse non sono per niente buona, e lasciarti scegliere è un altro modo per metterti alla prova: la scelta che farai dirà di te molto più di quanto immagini. Me o l'acino d'uva? Ora sai di uva: lo zucchero si è mischiato alla tua saliva ed hai un gusto fruttato, hai le labbra umide e scivolose di succo, la pectina ti ha un po' asciugato la punta della lingua, riesco persino a distinguere l'amaro del pezzetto di buccia che stava attaccato al graspo. E probabilmente ho un gusto simile, mischiato inevitabilmente alla mia amata nicotina, che forse ti dà fastidio, ma non importa. Non mi importa, non mi importa più nulla ormai: perchè a questo punto salto la vista, o meglio, la esalto e ti lascio questa benda sugli occhi (non te ne sei accorto, non ti sei accorto che forse in un altro momento ti saresti rifiutato di lasciarti limitare così: ma tant'è, ormai ci sei...) e ti sfioro, dalla congiunzione dell'orecchio giù lungo la pelle sottile del collo, scivolo inesorabile fino alle spalle, e lì mi soffermo più decisa, allargo bene la mano e stringo. E potresti fare altrettanto, e incontreresti l'ostacolo di una sottile spallina nera che a questo punto percepiresti netta sotto il tuo palmo, perchè ormai sei tutto in quella mano, sei tutto nelle tue mani, sulla punta dei polpastrelli. E nemmeno questo è del tutto vero, come qualunque cosa della vita: perchè sei talmente tanto, ormai, che le mani non bastano, non ci stai solo racchiuso nelle mani, e questa consapevolezza riempie quasi di rabbia e furore, la consapevolezza che sia tutto talmente tanto che non bastino le mani, che nelle mani ci sia solo la punta dell'iceberg antico. Ed ora è tutto nero e rosso fuoco, è tutto nero e rosso fuoco mentre continuo a chiederti, a mio modo importi, di rallentare, di ritardare, di lasciar crescere fino al limite estremo e oltre quel limite andare ancora. E te lo impongo allontanandomi, confondendoti le traiettorie, facendoti forzatamente cambiare obbiettivo dirigendoti su percorsi imprevisti. Allungo all'infinito la strada verso il punto d'arrivo, dilato il tempo, ti spingo verso il punto assoluto di non resistenza e quando penso di esserci ormai arrivata faccio ancora un tentativo, per vedere se si può ottenere ancora qualcosa di più. E non smetterò. Amo ed odio le forti deflagrazioni. |
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