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    February 17

    Il mio nemico

    Il mio nemico ha occhi grandi spalancati come fanali nella nebbia. Ed anche quando sembrano fermi, in realtà non lo sono: il mio nemico vede tutto e tutti attorno a sè. Senza mai smettere di trafiggerti di sguardi scuri di ferro e fuoco: amorevoli e beffardi, carezzevoli e lontani. Straziati: ma bisogna guardarlo a fondo, per cogliere lo strazio. Ed il mio nemico guarda, ma non si lascia guardare. Il mio nemico crede fermamente nel valore di una occhiata data di sfuggita come del fissarsi reciproco. Il mio nemico conosce perfettamente il suono e la portata di ogni singola parola del linguaggio degli occhi. Per questo spesso il mio nemico non parla: perchè i suoi silenzi sono molto eloquenti.
    Il mio nemico ha i capelli sempre più corti. Ogni volta che lo vedo li ha tagliati un po' e a me sembrano sempre ancora troppo lunghi. Il mio nemico si taglia i capelli come taglia fuori la gente dalla sua vita, come taglia quelli cui concede di restare per il gusto di farli sanguinare e vedere di che colore è il loro sangue e dimostrare loro che, se vuole, li può ferire. Il mio nemico si taglia i capelli perchè così quando scappa non si riesce a prenderlo. Perchè in guerra i capelli corti sono più comodi. Il mio nemico si taglia i capelli perchè sta cercando di eliminare tutto il superfluo e perchè non ha bisogno di nascondersi. Il mio nemico si taglia i capelli perchè sa che nessuno se lo aspettava: e lui si diverte da matti a fare quello che la gente non si aspetta.
    Il mio nemico la notte non dorme, e se dorme sogna ed urla. Io spesso non riesco a dormire perchè sto ad ascoltarne il respiro ed aspetto di sentirlo accellerare, perchè non voglio farmi sorprendere e spaventare dal suo grido. Così giro per casa, mi verso un bicchiere di vino, mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra mentre il suono lieve del suo fiato mi accarezza le orecchie e cerco di comprenderlo ed osservarlo mentre lui non se ne accorge. Ed intanto penso e scrivo cose che non pubblico, che non spedisco, che non rileggo. E quando si sveglia faccio finta di avere dormito anch'io, sorrido e dico che va tutto bene.
    Il mio nemico sembra che fugga, ma in realtà mi ha fatta prigioniera, mi ha ammanettata al letto e mi tortura proiettandomi sul muro le immagini dei miei desideri e delle mie fughe ed anche se cambia faccia io so che è sempre lui. Ed anche se quando esce dalla stanza mi lascia le chiavi delle manette sul comodino, io non le userò mai, non permetterò a nessuno di usarle. Anche quando sarò lontana da qui, anche quando guarderò il mare dall'alto della scogliera, quando magari riuscirò ad andare in capo al mondo, io resterò legata a questo letto, di fronte a questo film sulla parete, accanto al mio nemico.
    Perchè il mio nemico sono io. Ed io, alla fine, sono il tuo nemico.  
     
    February 11

    Lentamente mi chiudo e svanisco...

    Lenta, sempre più lenta... sono quasi immobile...

    Lo vedi come scivolo placida sulle variabili del tempo, su tutte le possibili infinite varianti delle reciproche posizioni e come un soffio di vento sollevo piume di pensieri e mulinelli di parole che lascio morire senza pietà, senza lacrime nè fiori in ricordo nè inutili autopsie illuminanti?

    Lo vedi come mi arrotolo languida nel buio soffice del mio adattamento alle circostanze ed ammorbidisco gli spigoli del corpo senza per questo diventare più fragile e meno spigolosa?

    Lo vedi come sbiadisco dietro i vetri appannati e mi fondo con le spirali di fumo?

    Come mi abbandono alla dolcezza dei miei ritmi solitari e mi sfioro da lontano perchè tanto non mi sono stata mai così vicina e galleggio impalpabile nella nebbia?

    Come scorro silenziosa e soave senza aspettative ed ansie e strategie e compromessi e continuo ad essere tuttavia semplice ed accondiscendente?

    Come sono una musica di cera fusa che riscalda le mani e lascia lievi scottature che bruciano solo di notte?

    Come sottile e leggera sorvolo i desideri sussurrando impercettibile, come rallento la velocità delle mie passioni fino a lasciarle lietamente sullo sfondo senza rimpianti?

    Come sorrido soave, in definitiva?

    Come questi passi ovattati che abbandono sulle strade accarezzino le mie paure e le rendano sogni dorati?

    Come tutto questo sia prezioso e dolcissimo?

    Come la saliva che mi inumidisce la bocca sappia di zucchero e ricordi e ti precipiti in gola come lava?

    Come nasca bollente e la raffreddi lungo la traiettoria obbligata delle tue labbra?

    Come ogni conclusione non sia per nulla scontata e prevedibile e potrei nascondere fra le pieghe estremi abbandoni arrendevoli come estrema irrimediabile lontananza, illimitata cieca adorazione come illimitato sarcastico scherno?

    Come neppure io lo sappia e la cosa non mi preoccupi affatto ed io continui a respirare a pieni polmoni stupendomi persino a volte della bontà dell'aria?

    Come mescolo ed alterno vino, aceto e miele con amorosa levità e nulla in realtà mi stordisca veramente? 

    Come mi coltivo diabolica ed indifferente e fremo sottopelle vibrante, scottante e persino compiacente ma sempre irraggiungibile ed inesplosa? Come tutto, tutto quanto, in definitiva, in realtà esista e viva ogni giorno ribollendo senza tregua ma alla superficie non salga mai? Come toccherebbe scavare con le mani spezzandosi le unghie e sudando, col fiatone e l'ansia determinata di arrivare in fondo? Come allora, e solo allora, tutto sarebbe degno di nota e ti darei fuoco e guarderei le fiamme riflettersi nei tuoi occhi e te le alimenterei con tutta l'energia di questi desideri sottovuoto, sottochiave, sottotraccia? Come lentamente mi chiudo e svanisco, porca miseria...

    February 08

    DIALOGHI SOPRA I MASSIMI SISTEMI (sottotitolo: una donna ed altri animali)

    Azira, in macchina, abbassando il finestrino, all'amico che cammina sul ciglio della strada per andare a prendere la sua, di macchina:
    - Ehi, bel bambino! Ma lo sai che sei caruccio? Quanto prendi in camera?
    W - In camera 20 euro.
    Azira - Oh, ma sei conveniente! Meglio di una nera!
    W - Ti ricordo che sono impotente...
    Azira - Ah già...
     
    Azira - Pare che un tizio si sia inventato il Mile High Club: per 450 sterline all'ora puoi fare sesso in aereo. Che dici, lo dico a X?
    Y - Ma se non ti ha mai pagato neppure un pizza! Quello è capace che lo fa con una hostess per il gusto di scriverti "Fatto!"!
    Azira - Trovi sempre qualche recriminazione per spingermi a dartela, eh?
    Y - La speranza è l'ultima a morire...
     
    La stessa notizia riportata a Z, con l'aggiunta della proposta "Facciamo fifty fifty?"
    Z - Possiamo anche fare fifty fifty: ma sarebbe comunque una cifra enorme... sai, io faccio sesso tantrico...
    Azira - Devo incominciare a dedicarmi seriamente allo studio delle filosofie orientali...
     
    Y - Ho esaurito il credito Tim. Devo ricaricarla.
    Azira - Anch'io. E' un po' che non la uso...
    Y - ...?!............................................................... e io che ti dò pure retta!!!
     
    Azira - Ho visto alla tele uno di quei film, sai quelli anni 50 su Antonio e Cleopatra? C'era Cleopatra che ogni tanto la notte le veniva la voglia, allora si faceva portare un ufficiale in camera... solo che la mattina dopo il gran sacerdote lo aspettava per avvelenarlo, perchè quello non potesse andare in giro a dire di essere stato con Cleopatra!
    Y - Non farti venire strane idee!
     
    Y - Ma sei completamente ubriaca! Come mai sta sbronza?
    Azira - Che ne so?! Il vino che hanno comprato i miei: pareva una roba da niente invece poi... bum... una botta!
    Y - Dimmi un po' l'etichetta... ne compro una cassa...
     
    Y - Certo che tu ed X siete un bel caso patologico, da studio in non so quante discipline. Vi siete trovati, due aghi in un pagliaio!
    Azira - Abbiamo evidenti problemi di comunicazione.
    Y - Sì, ma anche tu, scusa... "Spero non m'inviti così non devo riflettere se accettare o meno", dopo che per due giorni lo istighi a farti invitare! I democristiani erano meno contorti!
    Azira - E' che la sola idea del solito "Vieni a bere una cosa qui" mi manda la libido in esilio!
    Y - E invitalo al borgo medioevale, così potete farlo in riva al Po!
    Azira - Ancora con sta storia! Ma perchè non ve le fate venire in mente a ferragosto ste idee?! Poi sulla tomba cosa mi scrivono? "Morta di broncopolmonite: ma se l'è goduta"?!
    .......fra l'altro ti ho detto che non solo fatico a venire con lui, ma pure quando mi masturbo?! Cioè, se scelgo lui come oggetto del mio pensiero, arranco pure da sola! Ho una tale avversione interiore a dargli sta soddisfazione che manco in fantasia!!! L'altra sera ero nella vasca... mi sono applicata con rigore scientifico, eh! Niente! L'acqua si è raffreddata, mi sono spuntate le pinne, ho rischiato un paio di volte di affogare ed ho pure allagato il bagno che la vasca era piena... ma orgasmi zero!!! Tutto uno stop and go da far venire una crisi isterica, altro che relax!
    Y - E tu la prossima volta fai una doccia...
     
    Azira - Ma io dò l'impressione di una che la dà facilmente, vero?
    Y - Dipende... va a situazioni...
    Azira - Cioè? Da quanto ho bevuto?
     
    Y - Per te lui è come una spina conficcata in gola: difficile da togliere.
    Azira - Ed io per lui cosa sarò? Un gambo di rucola fra gli incisivi?
     
    Azira - Ho un amico che, in teoria, mi ha regalato un vibratore per il mio compleanno: sai com'è, visto che X lo vedo una volta ogni due mesi. Solo che non siamo ancora andati a comprarlo: è che in realtà non mi voglio arrendere all'idea di averne bisogno.
    J - E tu intanto compralo: magari prima o poi ti serve.
    Azira - E intanto che me ne faccio? Me lo metto sul comodino come soprammobile?
    J - Eh, basta che gli levi le pile, così non si ossidano.
    Azira - Ma a ricarica manuale non li fanno? Già di ministilo per l'mp3 spendo un capitale ogni mese...
     
    X - Se mi tratti come un vibratore non è che mi dispiaccia: dove lo trovi un vibratore con la lingua?
    Azira - Magari cercando lo trovo: la tecnologia fa passi da gigante. E poi il massimo problema che mi possa creare è che finisca le pile: ma di sicuro non mi fa girare le palle... 
     
    Azira - Sto scrivendo una lettera in cui ti chiederò ufficialmente non so ancora cosa e me la farò pubblicare dall'Eco del Chisone. Mi aspetto tu mi risponda perlomeno dalle pagine di Cronaca Vera o La Gazzetta dello Sport.
    X - ......................................................
    Azira - Ok, va bene anche un annuncio gratuito su Secondamano....
     
    X - Ma domani in centro non si può circolare?
    Azira - Non sono sicura, ma credo di sì.
    X - Cavolo! Ieri il sindaco era vicino a me in aereo: a saperlo gliene staccavo quattro!
    Azira - Limitati a romperle a me, le palle: non farne una questione politica...
     
    Azira - Sai, c'è un tipo di massaggio hawaiano...
    X - E in cosa consiste?
    Azira - Lascia stare, non t'interesserebbe: si fa con l'avambraccio.
    X - Si può sostituire con qualcosa di dimensioni analoghe all'avambraccio?
    Azira - Sempre detto che non ti manca l'autostima. Anche troppa.
     
    Y - "Corri e fottitene dell'orgoglio, ne ha rovinati più lui del petrolio", diceva Vasco.
    Azira - Eh, qui mi sa che prima di rivedere il getto ci vorrà un bel po'... qui serve una gran trivella... perchè mi sa che il terreno l'ho indurito ben bene.......................................................................mi rendo conto che ho inanellato involontariamente un doppio senso via l'altro, ma ormai l'ho detta
     
    Azira - Non è che io non lo adori. Io lo adoro visceralmente. Farei follie per lui. Solo che ho dovuto prendere la mia adorazione e chiuderla in un sacco nero. Poi ho scavato una bella buca, ho ricoperto con la terra mischiata a del cemento a presa rapida, inumidito il tutto con una miscela di Bostik ed Attack, ci ho pure infilato qualche tondino di ferro e quindi, giusto per stare più sicura, ho appiattito col rullo compressore...
     
    February 04

    Sweet dreams (poco sweet, ad onor del vero)

    Io e Marina sedute al tavolo di una cucina di una casa di ringhiera, mentre il sole filtra dai vetri schermati da tende di organza rossa, e sul tavolo una terrina colma di ciliegie che galleggiano nell'acqua. Io e Marina che mettiamo le mani nella terrina e le tiriamo fuori sgocciolando sulla tovaglia e ci riempiamo la bocca di ciliegie e sputiamo i noccioli in mano e la pelle diventa vermiglia e appiccicosa e scivolosa ed i noccioli si accumulano in un piatto di ceramica bianca. Io e Marina che parliamo, parliamo e ridiamo, ci parliamo l'una sull'altra, non ci lasciamo finire un discorso perchè ogni dettaglio tira l'altro come le ciliegie, la polpa delle ciliegie che quasi ci esce dalle labbra da quanto a volte non riusciamo a trattenere le risate e le lacrime... il sale delle lacrime che casca sulla tovaglia insieme all'acqua e fa ridere anche quello. E raccontami, raccontami ancora... ma davvero gli hai detto così?! e lui cosa ti ha risposto?... versami un altro po' di vino mentre io faccio il caffè...
     
    Io nell'ufficio del mio capo, il mio capo che mi vuol fare, è chiaro da un pezzo: dal basso del suo metro e venti e dei suoi capelli ricci e untuosi e della sua pancia bassa e grassa e molle da piccolo borghese senza la minima parvenza di interrogativi interiori. Io che esprimo antipatia e disprezzo e totale disistima con soavi professionali diplomatici sorrisi. Il retro dell'ufficio del mio capo, che è un lungo corridoio buio e pieno di porte a vetri sui lati... dove comincio a correre, mentre lui m'insegue, m'insegue, ed io corro, corro, corro al buio, schivando gente al buio, donne delle pulizie e colleghi, il buio, le porte, il buio e le porte ed il corridoio. E guardo tutte le porte e mi chiedo in quale mi posso rifugiare, in quale lui non penserà mai di venirmi a cercare e alla fine ne apro una, me la richiudo alle spalle e controllo ci sia la chiave, chiudo, a chiave, e mi accuccio in silenzio. E nella stanza sento una voce, una voce femminile, arrabbiata, lontana, acida, che mi dice "Esci, esci da qui: non c'è nessuno qui dentro! Esci!". E dal vetro vedo lui, la sua sagoma, che si avvicina e non so che fare, se restare dentro con la voce metallica che non mi vuole o uscire finendo per farmi prendere... e di un lampo tento l'impossibile, spalanco la porta, lo supero e ricomincio a correre. Ma lui non mi segue più, ora: lui entra nella stanza, calmo, lento, prende la donna, la piccola donna fragile, magra, spaventata, che cercava di spaventare me per nascondere la sua, di paura. E la violenta lì, sotto i miei occhi. E non la guarda, no. Non guarda lei. Guarda me. La violenta e guarda me, spinge e guarda me, stringe e guarda me, suda e guarda me. Non ansima, non ansima. Non ansima e guarda me, sorride, sogghigna e guarda me. Ed io dovrei fermarlo questo scempio, dovrei dargli quel che vuole per salvare la poveretta che non c'entra nulla, che sta pagando per me. Ma chiudo gli occhi, chiedo scusa a lei in silenzio, solo con le parole della mente. E me ne vado.
     
    Io e Paola sul bagnasciuga, sedute per terra, Paola davanti a me, io che la cingo dalle spalle e le passo la mano fra i capelli, per ricordarmi com'è passare la mano fra capelli lunghi. Paola che parla, parla, parla e a volte tace e quando tace io le butto lì domande brevi e secche con il tono lungo e morbido e soffice ed ovattato e a forza di domande secche e brevi le dico che la violenza non è una cosa che ti costruisci ad arte, te la ritrovi dentro come un cancro malato oppure no, ti rovina addosso solo se la cerchi, la chiami, sottilmente le fai un cenno con un dito e lei non aspettava altro. E non c'è nulla di male se invece non ce l'hai, non arriva, non la senti: perchè banalmente non siamo tutti uguali. Io che stringo forte Paola, la stringo con tutto l'amore che la mia cattiveria e la mia disillusione e la mia eterna ricerca possono esprimere e cullandola le racconto di quando anche la violenza le apparirà come una forma d'amore, che fare del male a qualcuno può addirittura essere un modo per esprimere la propria stima nei suoi confronti. Nella sua capacità di comprendere e reagire ed accettare e controreagire. Che non facilmente si trova, sul mercato.
     
    Io che mi rotolo con un uomo in un letto di una stanza buia, con armadiature a tutta parete e cassetti ed ante di noce scuro ed i bordi del letto sfiorano le pareti. Io che mi rotolo con un uomo in una scatola di lenzuola e legno, senza luci e porte e finestre, dalla quale non si può uscire e non si capisce come si è entrati. E su due pareti fronteggianti due specchi: due specchi perfettamente quadrati, perfettamente simmetrici, perfettamente identici. Due specchi dove nè io nè lui ci rfilettiamo, due specchi che anche al buio si vedono.
     
    Io che salgo una lunga, lunghissima scalinata di marmo rosa... lunga e ampia, il corrimano di marmo anch'esso, la scalinata di una immensa sala dai soffitti alti ed i muri anche loro ricoperti di marmo... io che salgo ed arrivo alla fine ed alla fine c'è solo il muro, con un disegno di marmo nero, un triangolo, una v la cui punta finisce esattamente ai miei piedi, al centro dell'ultimo gradino. Marmo rosa ed un triangolo nero, il cui vertice sta ai miei piedi.
     
    Io io io... sempre io... perchè prima di tutto io, prima di tutti io. Io che apro le ostriche con il cacciavite mentre l'acqua salata e profumata di mare mi cola sulle mani e dalle mani all'avambraccio e la maglia e succhio le ostriche come succhierei l'ultimo sorso di vita che mi rimane, voluttuosa e senza decenza, che per mangiare le ostriche bisogna per forza essere un po' indecenti, altrimenti è meglio lasciar perdere. Io che bevo di notte sulla spiaggia da sola e più bevo più mi sento libera e non voglio nessuno attorno e mi stendo sulla sabbia e guardo le stelle e bevo ancora ed ho la lucidità di pensare che anche se non fossi ubriaca non vorrei comunque nessuno intorno. Io che coltivo piccole ossessioni con cura metodica, gioco e sostanzialmente me ne frego di tutto e tutti, io che volteggio vaneggio vagheggio, io che sfrondo semplifico rettifico avanzo arretro mi adeguo e non. Io che in ogni caso vado e nascondo tutto e non nascondo nulla, mento mentre sono tremendamente sincera. Io che tengo i desideri reali sotto il piumone, dall'altra parte del letto, sul cuscino che non stropiccio mai: la notte li accarezzo mentre mi accarezzo, mentre dormo e sogno. E qui racconto quasi solo gli incubi: perchè i sogni sono cosa troppa privata e dolce e mortalmente sensuale e roca per raccontarli a chicchessia.
    February 03

    Rieccoci qui

    "Vieni, entra e coglimi, saggiami provami...
    comprimimi discioglimi tormentami...
    infiammami programmami rinnovami.
    Accellera... rallenta... disorientami.
     
    Cuocimi bollimi addentami... covami.
    Poi fondimi e confondimi... spaventami...
    nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
    Scovami... ardimi bruciami arroventami.
     
    Stringimi e allentami, calami e aumentami.
    Domami, sgominami poi sgomentami...
    dissociami divorami... comprovami.
     
    Legami annegami e infine annientami.
    Addormentami e ancora entra... riprovami.
    Incoronami. Eternami. Inargentami".
     
    (Patrizia Valduga, 1953)
     
     
    Per piacere, te ne prego... squassami un po' l'anima. Solleticami i pensieri e la pelle fin dentro le ossa, non m'interessa se con le parole o le mani, basta che qualcosa inizi a smuoversi. Stupiscimi, travolgimi, respirami, assorbimi. Scivolami sopra o calpestami, per gradi o all'improvviso, in un crescendo inappellabile o con un'unica deflagrazione violenta. Succhiami le idee, bevimi la lucidità, divorami la consapevolezza. Inducimi in tentazione e non elargirmi alcun benevolo perdono, nel caso cedessi. Colami addosso come un liquido vischioso che mi placca al terreno e m'impedisce i movimenti, distruggimi i punti fermi, scaraventami dal giorno alla notte in un labirinto senza riferimenti. Mozzami il respiro, accecami e confondimi le immagini l'una sull'altra, al buio e nelle stroboscopiche, assordami di esalazioni roche e silenzi. Violentami, costringimi, forzami. Improvvisa, stravolgi, infrangi. Precipitami nel tempo senza tempo, nel vuoto rosso sangue dove non c'è nulla che valga la pena dire, dove non mi vengono neppure alla mente, le parole. Non concedermi neanche una, una sola occasione di ripresa. Affogami, spingimi la testa sott'acqua fino al limite ed oltre: non lasciarmi emergere. Non farlo, te ne prego: per me, sì. Ma anche per te. Non lo domandare il mio parere, non ti lasciare incantare dal gesticolare e dai castelli di filosofia e le risate a piena gola: se lo fai sei già perduto. Mi hai già perduta. Sfidami, provocami, dichiarami guerra, prendi senza chiedere. Ed assumiti le conseguenze della reazione. Giocami. Giostrami. Rigirami. Smontami. Non è poi così difficile, in fondo. Basta non aver paura nè scrupoli nè indifferenza.
    Insomma... uccidimi. Pugnalami a morte, fammi sanguinare, delirare, annaspare, soffocare, rantolare. Meglio un'unica morte violenta che l'infinito coma vigile dell'accondiscendenza. Ho odio e nausea per la democrazia a tutti i costi, per la soggezione di fronte ai miei giochi di prestigio, per l'adorazione piatta e monocorde e prevedibile, per la convinzione io sia fragile e domabile e che il modo per rassicurarmi e domarmi sia ricoprirmi di certezze. Ho odio e nausea per tutti gli schemi in generale. Anche quelli volti a non darmi certezze.
    Uccidimi. Ora.