Azira's profileCambio, cambio, cambio d...PhotosBlogLists Tools Help

Blog


    May 26

    Si vis pacem para bellum (con ode iniziale alle parole ed a me)

    Io racconto. Sono una narratrice. Io ho il gusto delle parole come un bambino ha quello della cioccolata. Io mi arrotolo nelle parole, nel significato e nel significante, mi nutro delle assonanze, mi diverto nelle dissonanze, tutte le figure retoriche sono mie e ancora non mi bastano. Ho bisogno delle parole più che delle immagini: per me il mondo potrebbe essere tranquillamente in bianco e nero, semmai vagamente optical, come negli anni '60. Mi piace accostarle, separarle, scinderle, accarezzarle e violentarle, piegarle ai miei desideri e farmi trascinare da loro. Sono sempre alla ricerca di nuove parole e miscele diverse di parole: perchè non è sempre vero che invertendo l'ordine dei fattori il risultato non cambia. Le mie parole sono quello che davvero io sono: mi piace recitarle, le mie parole... fermarmi attimi infiniti sui miei puntini di sospensione, chè la punteggiatura non è un'opinione ma una operazione di cesello... calibrare i silenzi e le attese, variare il tono e la velocità ed osservare gli effetti sui miei interlocutori, vederli attendere e pendere dalle labbra mie e delle mie parole, gioire e soffrire per merito delle mie parole, guidare e creare le loro emozioni con la sola forza delle mie parole. Prima attrice dello spettacolo delle mie parole. Adoro le mie parole. Mi adoro. Con le parole scappo e mi coccolo: sono la regina del mio personalissimo mondo di parole. Invento, inanello ed esorcizzo. Le parole sono un'ombra che mi assale alle spalle mentre fumo al buio in giardino, un'urgenza che monta mentre guardo fuori dai finestrini del pulman, una frase presa a caso che apre gli occhi in piena notte. Le parole non sono pazienti. E nemmeno traboccano di bontà. Le parole prendono alla gola e non aspettano il loro turno: ti soffocano e basta. Le parole, sono bastarde: altro che gli uomini.
    Ma io... io ho un difetto. Forse l'unico: o forse uno dei tantissimi. Io amo l'egoismo e la prepotenza delle parole. Mi sento la dea e sono la vestale della loro arroganza. E più sono forti e mi fanno soffrire più le amo. E' per questo che io la pace non riesco a raccontarla. Sono una pessima narratrice di equilibri: ma un'ottima adepta degli equilibrismi. Io non riesco a non vedere la sotterranea banalità della perfezione, anche se poi passo la vita ad inseguirla. Io sono l'ideale compagna di viaggio: ti leggo il giornale quando ti vedo sbirciare sulla pagina mentre guidi, cambio il cd appena scorgo sul tuo viso che quello ti è venuto a noia. E so capire quando è il momento di tacere per limitarsi a guardare fuori dai finestrini. Ma, desolè, una volta arrivati non chiedetemi più nulla. Mi spengo. E' il viaggio, che m'interessa, l'avere una meta da raggiungere: la destinazione è praticamente irrilevante.
    Io la pace non riesco a raccontarla. Sto cercando nuove cose da dire, allora: restando in pace. O tento d'imparare a raccontare anche la pace.
    May 06

    ELOGIO DELLA PAZZIA (titolo che mi sembra sia già stato usato qualche anno fa da un tizio che ha poi abbandonato la letteratura per aprire una agenzia di viaggi ed organizzazione eventi per studenti universitari)

    TEORIA

    Di poche cose sono estremamente convinta: giacchè ritengo che il possibilismo sia, come onnicomprensiva filosofia di vita, molto più realistico (e, detto fra noi, anche molto più comodo). E questa sul possibilismo è, per l’appunto, la prima delle mie rarefatte convinzioni. La seconda riguarda, com’era logico aspettarsi dal titolo, la pazzia: argomento a me particolarmente caro da tempo immemorabile, come tutti i miei conoscenti, parenti ed amici (ma soprattutto i nemici) possono ben testimoniare. Sono assolutamente certa, al di là di ogni ragionevole (ragionevole? la pazzia?) dubbio, che essere pazzi o meno sia solo una questione di volontà. E vi prego di notare che ho semplicemente detto “volontà”: l’omissione dell’aggettivo “buona”, che in ogni frase che si rispetti accompagna il sostantivo di cui sopra, non è casuale. Non si tratta di lapsus e neppure di banale dimenticanza scevra da qualsivoglia retroscena interpretativo. Insomma: l’ho fatto apposta. Perché, terza convinzione, quando proprio non è strettamente necessario, credo sia assolutamente il caso di astenersi da qualsivoglia giudizio di valore. Ma non divaghiamo… la pazzia, dicevamo… Cosa, il più delle volte, ci fa definire qualcuno pazzo? Qualcosa che, per usare una parola per tutte, è “strano”… fuori dalle righe, anormale: illogico. Cioè il fatto che, a ben guardare, i rapporti di “causa effetto” cui siamo abituati e che diamo per scontati ed incontrovertibili, nell’individuo in questione siano completamente, profondamente, violentemente stravolti. Mi spiego meglio: alla causa essere madre corrisponde l’effetto amore incondizionato. Se alla causa essere madre corrisponde l’effetto infanticidio, l’equilibrio stravolto ci porta a concludere che è pazza. Oppure… alla causa credere in Dio corrisponde l’effetto pregare o andare in chiesa tutte le domeniche o addirittura astenersi dai rapporti prematrimoniali (persino ciò, ci pare ancora normale). Ma se alla causa credere in Dio corrisponde l’effetto essere convinti che l’Altissimo ci faccia visita tutte le sere alle otto meno un quarto sotto forma di scarafaggio azzurro, il quale dallo scarico del lavandino ci ordina di uscire di casa e sgozzare a colpi di sciabola tutti i trans del quartiere per salvare l’umanità dalla dannazione eterna… bè lì generalmente tendiamo ad assumere un atteggiamento perlomeno diffidente nei confronti del soggetto che ci fa cotanto discorso. L’illogico, quindi… la causa effetto deviata, i percorsi che non sono più lineari, le concatenazioni che saltano come i botti a Capodanno. Ora… come possono testimoniare molti di coloro che svolgono una qualche professione definita (con un termine assolutamente riduttivo e fuorviante) “creativa”, il pensiero non lineare, la briglia sciolta nella scatola cranica, negli occhi e nelle orecchie, le associazioni non più semplicemente libere ma decisamente anarchiche, sono un ottimo modo non dico per creare, ma perlomeno per iniziare a farsi una vaga idea di dove si potrebbe andare a parare. Uno si mette lì, con lo sguardo catatonico fisso nel vuoto… c’è chi si stende al buio e chi resta seduto davanti ad un monitor, chi ascolta la musica e chi pretende un religioso silenzio, chi vaga per i giardinetti con un impermeabile grigio pronto a spalancarlo di fronte alla prima vecchietta che gli si para davanti, chi corre come un forsennato e chi pare colto da paralisi. (Personalmente, per la cronaca, mi barrico in camera da letto e resto a fissare il soffitto: inizio a farlo verso le due del pomeriggio del giorno prima in cui devo assolutamente farmi venire in mente qualcosa. Proseguo imperterrita, concedendomi solo innumerevoli pause sigaretta sul terrazzo, fino a più o meno le tre del mattino: ora in cui il mio letto è ormai diventato un cimitero di fogli di carta appallottolati ed io schizzo in mansarda a salvare sull’hard disk la cosa più geniale che mi pare di avere mai partorito in vita mia. Questo sistematicamente ogni volta). Quel che accomuna tutte queste figurine che ho, con mirabile maestria, dipinto di fronte ai vostri occhi, è però una cosa: c’è un lasso di tempo, più o meno lungo, in cui il loro pensiero è tutto meno che logico e consequenziale. Vaga come un homeless ubriaco fradicio che se ne sbatte di trovare un tetto sotto il quale passare la notte.

    Dove voglio arrivare?

    Voglio arrivare a dire che spesso, in questi momenti in cui Volontariamente, Volontariamente, ho lasciato che la mia mente facesse quel che le pareva, mi sono chiesta che cosa sarebbe accaduto se avessi ceduto alla tentazione di non fermarmi, di non smettere di errare senza fissa dimora, una volta ottenuto il mio scopo (cioè, nel mio caso, l’Idea). Mi sono detta che, alla fine, forse essere pazzi è una cosa neppure tanto difficile, è una cosa alla portata di tutti: non è necessaria una tara genetica o una caduta di testa dalla culla in età prescolare. Se voglio essere pazza, posso tranquillamente farlo: basta che non mi controlli più. Basta non cedere alle lusinghe della logica e dell’opportuno e del consono e del buon senso: che ci fanno sentire tanto a modino, tanto al posto giusto nel momento e nel modo giusto. Dalla parte del giusto. E mentre lo fanno ci fottono con una serie infinita di leggi e schemi non scritti che non solo ci regolano fuori: ma proprio dentro. Non siamo liberi di pensare come più ci aggrada.

    Mi sono detta che forse essere pazzi è una estrema dichiarazione di libertà.

     

    PRATICA

    Quando arriverai qui io non ci sarò più. Ti ricordi la scalinata di marmo che abbiamo visto il giorno di Pasqua in fondo al mare, attraverso il vetro, mentre facevamo il giro del mondo dentro una bottiglia? Stanotte me la sono trovata di fronte quando mi sono alzata per andare in bagno: ho pensato che l’avevi messa lì tu per farmi scegliere da che parte stare. Così ho cominciato a salire e c’erano dei bambini che mi seguivano: si aggrappavano al corrimano mentre io sollevavo il mio lungo abito nero sulla passatoia rossa. Quando siamo arrivati in cima sono corsi via ridendo: su altre due scalinate che si staccavano dalla tua. Perché è tua, vero, quella scalinata? Te l’ho vista in tasca l’ultima volta che abbiamo parlato di Escher. Allora ho detto alla suora che era a fianco a me che era ora che la smettesse di farmi la morale sull’amore materno, che il bambino è una serpe che ti divora da dentro ed è naturale odiarlo. E sono salita su una macchina che passava di lì e non so chi guidasse, ma di sicuro andava troppo lento per i miei gusti. E la gente fuori dai finestrini mi salutava ma io so bene che in realtà volevano vedermi piangere. Sono scesa dalla macchina e nel deserto assolato ho visto una fortezza abbandonata, quella che ha costruito il tizio che anni fa mi ha chiesto di sposarlo e poi ha fatto 712 farfalle di plastica che ha gettato dal balcone. Dentro i soldati stavano provando a dipingere delle copie di un dipinto di Hopper dove c’è una donna che legge un libro seduta sul bordo di un letto, in sottoveste. E allora, capisci, sono dovuta scappare, perché se avessero scoperto che quella donna ero io, loro mi avrebbero chiusa in prigione, perché Hopper mi sta cercando dai tempi dell’Inquisizione. Così sono tornata vicino al fossato dei coccodrilli ma il guardiano se n’era già andato e loro dormivano: che ci facevi nel gabbiotto del guardiano dei coccodrilli, a proposito? Lo sai che ho sempre pensato che le mani dovrebbero stare al posto dei piedi, e viceversa? Sono una cosa troppo intima, le mani, per mostrarle a chiunque. Come le tue ali. Tu non fai vedere le ali, e fai bene, potrebbero volertele rubare: perché io dovrei fare vedere le mani? Mi regali un paio di guanti, eh? Dai, un paio di guanti, per piacere…. Regalami un paio di guanti. Così riesco anche a nuotare meglio, con i guanti. Solo che mi fa male la schiena, a forza di parlare. Perché a me le parole mi nascono dall’osso sacro e mi salgono su per la spina dorsale: da quella volta che ho visto mio padre di spalle andare via con quattro cose in un sacchetto di plastica. Ora però forse è il caso che ci inginocchiamo e preghiamo, perché ci stanno guardando tutti: tu non lo sai, ma ci stanno guardando, perché noi gli facciamo paura. Lo so che non mi credi, lo so: ma ascoltami, per piacere, tu sei l’unico che può capire, non ho nessuno al mondo, ho ucciso tutti ed ora devo anche chiedere scusa. Ma mi spogliavano, ogni volta che mi vedevano mi spogliavano ed io non sopporto la vista del mio corpo, è una cosa che non tollero. Mando sempre un'altra a scopare con te. Ma le ho spiegato per bene tutto, eh. Anche che musica farti ascoltare. Tanto neppure tu sei tu, ormai puoi dirmelo, l’hanno detto alla televisione l’altro giorno, mentre dormivi nella mia vasca da bagno perché non vuoi che mi lavi, ma io ti ho visto. Tanto prima o poi tutto sarà chiaro a tutti e finalmente capirete che avevo ragione io e voi vi state facendo fregare.

     

    Non ho sognato. Non era un sogno. Ho semplicemente iniziato a scrivere cercando di sfuggire ad ogni nesso logico. Mi è piaciuto. Potevo fare di meglio, essere ancora più libera, lo so. Ma insomma...mi è piaciuto, via.

    Visto?

    May 01

    Io non ci sono

    Primo post dopo una lunga assenza, più o meno forzata: prove tecniche di trasmissione.
     
    Io non ci sono, non ci sono mai stata. E forse mai ci sarò. "Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là...". Io non ci sono perchè l'urlo che mi schiaccia le corde vocali e mi preme contro le pareti della gola io lo trattengo, lo trattengo sempre. Anche se gli occhi mi si fanno di cera e la voce inizia a raschiare i muri e le dita si rattrappiscono. Io non ci sono. Non ci sono nei vestiti che indosso e nelle scarpe che mi portano in giro: neanche quando trovate che mi stiano decisamente bene. Non ci sono nei vostri sguardi benevoli e neppure in quelli beffardi, non ci sono nelle carezze che mi elargite, nelle mani che mi tendete, negli abbracci in cui mi stringete. Io vivo sospesa sugli intervalli fra le mie parole, perchè solo lì riesco a raggomitolarmi, solo lì finalmente c'è silenzio. Io mi nascondo, sono sempre nascosta: in qualche angolo buio dove nessuno mi può trovare. E non lancio grida d'aiuto fra le righe, non imploro comprensione aggrappandomi alle tende: io non voglio proprio, essere trovata. Io vivo nei vostri desideri e li assecondo, alimento il vostro piacere di pensarmi prevedibile, o prevedibilmente imprevedibile: perchè così vi sfuggo meglio. Precisa, metodica, paranoica. Non c'è sfumatura che sia troppo sfumata, ed il caso non si arena su questi lidi: è tutto calcolato, anche l'improvvisazione. Ed io sono sulla riva di uno stagno, con intorno niente. E l'acqua verde è ferma e le foglie galleggiano, ed in mano ho una palla colorata, una sfera lucida e liscia. Ed ogni volta che la lancio nell'acqua si apre e colora il verde sporco di rosso e la macchia si allarga lenta. Precisa, metodica, paranoica. Non c'è nulla che ribolla in superficie. Io sono l'acqua e nell'acqua, nuoto sottotraccia, con le labbra serrate ed i muscoli tesi, sguscio nel liquido leggero. Io non ci sono a bordo della nave, non ci sono sul sedile accanto al vostro o dietro al vostro: non ci sono neppure dall'altra parte del monitor. Io mi creo ogni mattina. Io sono tutte quelle che incontrate e anche lì mi perdo. Io ero e sono nella risata beffarda che vi dava sui nervi e la mano che vi sfiorava la nuca, nella mia placida assenza e la mia nevrotica presenza. Io ero e sono una reazione a catena, la fusione del nucleo e le scheggie impazzite che ci sbattono contro. Io ero e sono nei miei polpastrelli nell'oscurità: a volte sono tutta lì. Ma ancora non ci sono. Forse sono solo nello specchio sul soffitto. Che non ho.