| Azira's profileCambio, cambio, cambio d...PhotosBlogLists | Help |
|
June 27 Volo o son desto?Il mio analista dice che sono come una crisalide che lotta per diventar farfalla. Che gli stessi varchi che tento di aprire in me per uscire sono quelli che poi mi ricacciano indietro.
E' bella, questa immagine... mi piace l'idea di essere una potenziale farfalla.
Bon, tutto qui: mi andava di comunicarlo ai lettori. Mater familiasMadre, sorella, amante, moglie, compagna ed amica. Puttana e nemica.
Donna che senza ritegno butti l'anima in pasto ai lupi, col cuore sanguinante, il sorriso sulle labbra e le braccia aperte. Sospiro nella notte, refolo di vento, rimorso di coscienza, punto sporco nella memoria, buco nero che tutto inghiotte. Indecente ti aggiri per la città e la mente ostentando il tuo consiglio e giudizio, l'amore che non ammette repliche, pietoso e senza pietà: per amore taci e per amore urli. La tua mancanza di dignità è forza viva e brutale che oscura i luoghi comuni e scardina le certezze e gli equilibri del potere: chi è più forte, il carnefice o la vittima? chi è la vittima e chi è il carnefice?
Madre, sorella, amante, moglie, compagna ed amica, puttana e nemica, non ti si può vedere: sei la nota stonata, la cellula impazzita, l'elemento disturbatore, il punto di partenza della discussione, il ventre fecondo di tutti i dubbi. Come si può trovare il coraggio di lasciarsi andare a te, ai tuoi occhi indagatori, ai graffi della tua intelligenza e del tuo intuito? E per lo stesso motivo, come si può lasciarti andare del tutto, cacciarti via con decisione, senza mezzi termini e giri di parole?
Ho paura madre, ho tanta paura, ne ho sempre avuta, paura di un sacco di cose. Decidi tu per me.
Oppure no, aspetta, ancora un po'.
Oppure... non so. June 26 Borderline: domande senza risposta (forse)Dove finisce la prudenza ed inizia la paura?
Quand'è che cominci a chiamare la paura dell'ignoto "abitudine, cose che abbiamo vissuto insieme"?
Dov'è che l'orgoglio diventa fastidio? E dov'è che l'orgoglio lo chiami amore?
Dov'è che perdi la capacità di amare e farti amare? In quale strada oscura del tempo ti annidi spaventato, rancoroso e vendicativo e ti nutri solo di ricordi che chiami futuro? Quando la sera ti addormenti, dimmi, a cosa pensi? A chi, pensi? Sei felice?
Sapresti dirmi con esattezza dove quello che chiamiamo amore diventa una miscela deleteria e distruttiva di masochismo e gusto della sfida?
Dove la trovi la tua rassicurazione? Nella precarietà o nella stabilità?
Sapresti darmi una definizione univoca di precarietà e di stabilità? Facendo degli esempi concreti? Senza paura che io te li sfati?
Ti piace soffrire? Sotto sotto pensi che la vita senza sofferenza sia una vita piatta e banale? Quanto sei disposto a soffrire? Te lo ripeto: ti piace soffrire?
Quanto fai, per essere compreso? Quanto ti senti in pace con te stesso? Quanto ti senti sicuro, di te stesso?
Ami per amare o per essere amato?
Dov'è che il tuo altruistico perdono diventa superiorità distante, un modo per non mettersi mai sullo stesso piano?
Quanto ti difendi anche quando dici che non è affatto così?
Quanto ti infastidisco, con queste domande?
Quanto ti vorrei?
Io tutto questo mi chiedo, e ti chiedo. Te lo chiedo da qui, che di sms ne ho già sprecati troppi. Mentre mi accendo l'ennesima sigaretta e medito su cosa prepararmi per cena.
Forse tu hai bisogno di soffrire, per sentirti vivo: io no. Non so più come dirtelo: ma forse semplicemente non è più il caso te lo dica. Non so. Dov'è che il mio sforzo di comprenderti ed accettarti per come sei diventa idiozia e masochismo?
June 25 Dentro i miei vuoti (Subsonica docet)Perchè ho un blog? Eh? Perchè? Cosa spero di cavarne, da un blog? Fama, notorietà e ricchezza? Valvole di sfogo? Non sarebbe meglio, a sto punto, andare a spaccare bottiglie in periferia, imbrattare i muri del centro con uno spray rosso, imparare a suonare la batteria, entrare in un poligono di tiro, pogare al concerto dei Subsonica (Dio mio, a 35 anni suonati penso ancora a pogare, ma dimmi tu!)? Cosa ci dovrei scrivere, nel blog, soprattutto? Eh? Ditemi che cazzo ci dovrei scrivere nel blog!!! Ho un libro che giace lì da mesi, che ho iniziato ad eruttare in preda al bisogno di elaborare la mia confusione, ed ancora non riesco ad andare avanti. No. Perchè io scrivo sul blog. Sporco il web di pezzi della mia personalità, di pensieri deframmentati, invece che darmi una regola, seguire un percorso coerente: il libro. I miei personaggi mi stanno sulle spalle come avvoltoi, come sensi di colpa. Li sento di notte che camminano per casa, sbatacchiano le catene ed aspettano di risorgere: facci fare qualcosa, facci andare avanti, per pietà, è da troppo ormai che aspettiamo. No, perchè... leggo in giro altri blog... e sono tutti bravi, molto bravi, a dire agli altri come si scrive il blog, cosa metterci e cosa non metterci: io mi piazzo lì, vestita di una tunica bianca, appollaiata sulla roccia, di fianco un cespuglio che brucia, ed accolgo fra le mie mani le tavole di pietra del Decalogo. Allora... devo assolutamente evitare di essere prolissa, perchè la gente se inizia a vedere una cosa lunga più di venti righe si scazza subito e non inizia neppure a leggere. Poi... non devo metterci poesie e testi di canzoni, perchè tanto se uno vuole le poesie ed i testi delle canzoni sa già dove andarli a cercare, nei siti appositi, e non viene certo sul mio blog: e vabbè, questo non l'ho mai fatto (tranne una poesia: ma una volta, una volta sola, giuro). Ma soprattutto, soprattutto, non devo farne il mio diario: per una miriade di ottimi motivi. Perchè alla gente non gliene può fottere di meno dei fatti miei ed è quindi poco rispettoso nei loro confronti tediarli in codesta atroce maniera. Perchè qualcuno di coloro che conosco si potrebbe riconoscere in quel che scrivo e risultarne mortalmente offeso nel suo diritto alla privacy. Perchè è poco dignitoso ed elegante mettere in piazza le proprie emozioni. Perchè eccetera eccetera... Il rispetto, la dignità e l'eleganza, dunque? E' questo il concetto di base, il principio fondante del blog? E magari non solo di quello? Benissimo. Allora mettiamola così: io non sono rispettosa, dignitosa ed elegante, ok? (Non è vero: ma portiamo tutto ai limiti estremi e mettiamola così). E neppure lapidaria: sono prolissa e logorroica (del resto mi pare che l'espressione "logorroica" stia già nel mio profilo da tempo immemorabile, quasi come una dichiarazione d'intenti o un'avvertenza tipo "agitare prima dell'uso"). Io vivo le mie emozioni fino al midollo, mi abbandono alle mie emozioni, qualunque esse siano, senza riuscire a fare mai granchè per arginarle, per quanto mi sforzi. E siccome il mio mezzo d'espressione principe è la scrittura, alla fine il mio blog riflette esattamente quel che sto vivendo in quel momento. Non mi nascondo dietro le definizioni asettiche: ora sono dilaniata dal dolore e lo chiamo esattamente così, dolore. Non "ferita narcisistica" o chissà cos'altro: ma terribile, tristissimo e profondo dolore. Il dolore è una cosa che ti entra nelle viscere come un cancro, ti assorbe le energie e non te ne lascia più per nient'altro che se stesso. Per dolore non mangi, non dormi, non fai. Per dolore i pensieri continuano a girarsi intorno come i classici cani che si mordono la coda: anche se tu ti fai forza ed accendi lo stereo e chatti con un amico ed elabori progetti per il domani, il tuo dolore sta sempre lì, pulsa. Ed ogni tanto lo lascio esplodere: non ho paura di farmi travolgere dal mio dolore, di non riuscire a restare a galla. Ho bisogno di sputarlo fuori tutto quanto, di dargli libero sfogo: non voglio che mi resti lì sul groppone come un'ipoteca sul futuro, qualunque esso sia, il mio futuro. Me ne frego dell'orgoglio e della dignità di fronte a me stessa: di fronte a me stessa sono libera di essere quello che sono davvero, non devo dimostrarmi proprio nulla, non devo trattenermi, non ho paura del mio giudizio su di me, di quel che penserò di me dopo, grazie al cielo. Amo come da una vita non amavo più, e ci sto male, com'è naturale che sia: in silenzio, chiusa nel mio mondo e nel mio blog (dove ci scrivo quello che mi pare), ponendomi mille domande ed andando avanti lo stesso. Ma senza fare finta con me stessa di stare benissimo, che non me ne freghi un fico. Sono sincera con me stessa. Anche nella rabbia ed il rancore. Il rancore che provo nei confronti delle persone che in passato mi hanno fatto deliberatamente e ripetutamente del male, lo ammetto senza girarci tanto intorno: non ho bisogno di negarlo per sentirmi più buona, migliore di loro. Nè ho bisogno di dare loro l'ennesima chance per nascondermi che sono stata una cretina e gli ho permesso più e più volte di passarmi sopra con un tir. No. Io sono stata una cretina, ma loro non sono migliori di me: loro si sono comportati come non avrebbero dovuto e per questo nella mia vita non c'è più spazio per loro. Punto, molto semplicemente. Non è che mi sento meno buona per questo: solo che non sono Madre Teresa di Calcutta, e l'amore universale lo lascio al Dalai Lama. Io amo quelli che mi amano. Non è che ammettere il proprio rancore e la propria rabbia sia un primo passo che preveda come tappa obbligatoria successiva la vendetta: ci si può pure fermare tranquillamente lì, dicendo "Basta, mi hai fatto del male e non ti permetto più di farmene, fuori dalla mia vita, una volta per tutte. Non è andata come avrei voluto, non è colpa mia, o forse lo è anche, ma è inutile che mi accanisca per principio, per dimostrare che avevo ragione e avrebbe potuto andare diversamente: ormai le basi sono minate, tanto vale prenderne atto e guardare oltre". Senza avere paura che poi, una volta dato voce al proprio sanissimo e naturale rancore, non si sarà più capaci di amare. Io il mio rancore l'ho sputato in faccia, a chi dovevo, senza mezzi termini: eppure sono qui, viva e vegeta, ed amo ancora. Anzi, mi sa proprio che amo molto meglio di prima. Perchè di fronte a circostanze convulse e complicate ho saputo accettare che l'unico aiuto che potevo dare era il mio silenzio, che l'unico modo di dimostrare il mio amore era farmi da parte a tempo indeterminato. Amo meglio perchè finalmente riesco ad amare da lontano, senza smania di possesso e bisogno di conferme: amo per amare, non per sentirmi amata, per avere conferma che valgo. Io so già di valere, sono soddisfatta di me: sono soddisfatta della mia capacità di dare senza chiedere. Certo che soffro, soffro terribilmente: soffro l'assenza e la mia bilancia ed il mio armadietto dei medicinali parlano molto chiaro, in proposito. Ma mi sento anche molto bene: mi sento straordinariamente forte, perchè so che, comunque vada, ho fatto la cosa giusta. Ed ho imparato ad amare davvero. E sul blog ci scrivo quello che mi pare (lo ripeto, nel caso non fosse chiaro). June 21 ZoloftSigaretta
Apro il frigo
Ho fame
No, non ho fame
Sigaretta
Ho fame
Dolce...
No
Salato...
No
Non ho fame
Sigaretta
Che ore sono?
Accendo lo stereo
No
Sigaretta
Scrivo
Cosa?
Sigaretta
Sms
No, grazie, non esco
Libro
Caffè
Sigaretta
Che ore sono?
Apro il frigo
Chiudo il frigo
Sigaretta
Sono calma, straordinariamente calma: troppo calma
Penso
Non penso
Sono calma e sigaretta e silenzio
Stasi
Non azione
Mi sento forte e serena e tranquilla nella non azione
Quasi mi piace
Stasi
Altra sigaretta
June 19 Libertà non è star sopra un albero.Tengo molto alla mia libertà. Di movimento, di pensiero, di decisione. L'ho sognata per anni, da prima ancora della maggiore età, inseguita col fiato sempre più corto ed infine acchiappata al volo, d'impeto, con l'ansia di scoprire poi magari di non essere affatto in grado di gestirla. Me la sono sudata e guadagnata, davvero con il sudore della fronte, con le unghie e coi denti e sputando sangue, con tutta la determinazione di un sogno da realizzare e la disperazione lucida dell'istinto di sopravvivenza. Ancora adesso, che in qualche maniera si è consolidata, una percentuale assolutamente variabilissima ma costante, delle mie energie, la spendo quotidianamente a difenderla: così, per principio, per sicurezza. Per mettere le mani avanti. Per paura.
Ed all'inizio, passata la nebbia della confusione e lo spiazzamento da cambio di vita e l'incredulità di una chimera raggiunta ("ma davvero? è tutto vero?!") ero felice. Non straordinariamente, ma almeno mi pare di ricordare che ho passato un periodo in cui mi sentivo felice o comunque mi pareva di esserlo: ero finalmente quello che avevo sempre voluto essere, una donna libera e moderna che fa la sua vita, solo la sua. L'armadio tutto per me, gli orari sballati, anarchici, agli ordini dei miei soli desideri, istinti e ritmi... le cose ritrovate esattamente dove le lasciavo, il pavimento sempre pulito ed il letto mai troppo sfatto. E il silenzio. Il silenzio. Finalmente il silenzio, tutto il silenzio che volevo. Soprattutto mi godevo quello: il silenzio, la pace dell'assenza di aspettative, recriminazioni, accuse, spiegazioni, domande, risposte... e silenzi, quelli però doloranti e rancorosi. Il silenzio che segue la fine di tutto il baccano che fa un amore quando muore. Che se poi era pure un progetto di vita diventa decisamente assordante.
Inebriata dalla mia conquistata libertà, volavo alto, vedevo di fronte a me un futuro nuovo, mi si allargavano nuove possibilità di essere felice: mi accorgo ora, porco giuda, che è stato proprio lì, invece, che ho cominciato a scendere.
Perchè la mia libertà mi costa, mi costa un prezzo altissimo, che non ti accorgi di dover pagare finchè qualcuno, o qualcosa, non ti presenta il conto: ti costa costringerti a ragionare e non ascoltare più il cuore (e lo ammetto già io: fa tanto Enrico Moccia di concerto con la Tamaro, questo "ascoltare il cuore". Ma è così, non si può dirlo in altro modo). Non te lo puoi permettere, quando sei libero, di ascoltare il cuore. Intanto devi organizzarti la vita, proprio quella pratica, intendo, e tutto quello che c'è da fare lo devi fare da te, non lo puoi demandare a nessuno: e già questo ti costringe ad una buona dose di ragionamento e razionalità. Puoi, certo, appoggiarti un po' a qualcuno: tua madre, una che ti viene a fare le pulizie, la tecnologia. Ma alla fine comunque è tutto su di te, che ritorna: quella che ti fa le pulizie è a te, che viene a chiedere i soldi a fine mese.
Ma soprattutto, soprattutto, devi fare a meno, evitare assolutamente, di provare a dare una risposta a tanti perchè.
Perchè conosci un sacco di gente e questo gruppo si allarga sempre più. E poi ogni tanto si restringe, come una fisarmonica: perchè con tutti o quasi, tenti di instaurare relazioni profonde, non superficiali, a volte addirittura quasi simbiotiche. E poi comunque dopo un po' allenti le maglie, quasi ti annoi: perchè non ti pare più così importante conoscere il parere di questa o quella persona, farlo ridere e confrontarti. Così il gruppo si restringe e tu tenti di allargarlo di nuovo: come se stessi cercando qualcosa che non sai bene definire e, deluso, ripartissi nella tua ricerca.
Perchè ti scopri più attaccato ai tuoi genitori: perchè quando partono per andare da qualche parte provi quella strana sensazione di vuoto e l'ansia che gli succeda qualcosa, che prima non avevi mai provato. Anche se poi quando tornano non ti fai vedere e sentire per giorni: come se ti bastasse solo sapere che ci sono. Come se la tua libertà dovessi ribadirla anche ai tuoi, difenderla anche da loro.
Perchè dormi e leggi sempre dando le spalle al lato vuoto del letto.
Perchè ogni tanto il silenzio, l'amato silenzio, proprio non lo sopporti: e lo riempi di musica. Ed il volume non ti pare mai abbastanza alto.
Perchè quando sei in crisi piena e profonda ed assoluta per fatti tuoi rompi l'anima a tutto il vicinato: ed ogni volta te ne vai oscuramente e sotterraneamente insoddisfatto cercando qualcun'altro con cui parlare di nuovo. Cercando. Oppure, invece che dilaniare le palle a tutti, ti scopri a scorrere mentalmente la tua agenda e non ti sembra valga la pena di parlare con nessuno. Ed a quel punto sì, vai a a trovare la mamma.
Perchè non ti prepari quasi mai una cena decente, tantomeno apparecchiando la tavola: e se lo fai contravvieni alle tue regole ferree di ordine e pulizia e fai entrare in casa il cane.
Perchè ogni tanto rientrare la sera dopo il lavoro non ti sembra più così piacevole: perchè accetti di lavorare fino a tardi o aspettare questo o quell'altra.
Perchè.
Perchè perchè perchè.
Non solo non devi tentare di dare una risposta, a questi perchè: non ti devi neppure porre la domanda. La devi stroncare sul nascere, non permetterle di salire in superficie. La devi sotterrare in qualche modo: ne va della tua libertà. Tanto la risposta già la sai: ed è una risposta talmente banale e cheap e piccolo borghese da far venire il voltastomaco. Di una semplicità assoluta e plateale, di quelle semplicità che non lasciano scampo nei rivoli delle interpretazioni.
Eppure... "libertà non è star sopra un albero"... eppure ci deve essere un modo per conciliare entrambe le istanze: non è possibile che due cose così belle e fondamentali si escludano a vicenda. Anzi, forse è proprio insieme, che devono stare: perchè quando scegli totalmente una, quella che hai scelto perde bellezza e smalto ed importanza, e vuoi l'altra. E allora forse è il concetto di entrambe le istanze, che è da rivedere: che è sbagliato. Forse il concetto giusto è di una che non esclude l'altra, ma la rafforza e la esalta: due istanze fondamentali che si nutrono a vicenda.
Io non voglio rubare la libertà di nessuno: ho già la mia.
Hanno collaborato (anche se non lo sanno) a questo post e li ringrazio, anche se non tutti leggeranno, ma io li ringrazio lo stesso: Cecilia, Maria Luisa, Lorenzo, Francesco, Rosa, Luisella, Norberto, Alfredo, Olivia e Roby. E un ibisco. June 17 Dell'ineluttabilità dell'SPM e sue relazioni con l'amore (o comunque, anche non ce ne fossero, di ste due cose qui si parla in sto post)Mi sono arrivate. Mondo, gente, cittadini, cittadini del mondo e gente delle borgate, nata ai bordi di periferia, amici vicini e lontani, schiavi e patrizi, vengo a voi con questa mia a portarvi la buona novella: mi sono arrivate. Ora si spiega tutto. Tralascio l'insignificante particolare che avrebbero dovuto arrivarmi fra... dunque... qualcosa tipo un paio di settimane: ed essendo io piuttosto regolare esiste quindi la ben fondata ipotesi che mi siano arrivate per lo shock appena subito. Lo tralascio, ripeto. Resta il fatto che mi sono arrivate: il che significa che fino a circa un dodici ore fa, mi piaccia o non mi piaccia, ero pure preda senza scampo dell'SPM (Sindrome PreMestruale, ndr). Per l'ennesima volta: ormai è inutile nasconderlo, sono vittima delle mie fluttuazioni ormonali più della Borsa di New York ai tempi del venerdì nero. Mi dà parecchio fastidio ammetterlo, rientrare nel clichè vetero maschilista della nevrotica "ma devono venirti le tue cose?". Anche perchè francamente iniziavo a cantar vittoria, finora non mi era mai successo. Quasi mai. Ma me l'aveva detto Licia: "Dopo i 30 inizia, e più vai avanti più è peggio. Guarda, io ho trovato in erboristeria delle pastigliette...".
L'SPM non ti lascia scampo: è una bestia infame che come un fiume in piena ti tira su dal fondo tutto quello che normalmente trattieni, prende tutti i tuoi difetti e li sbatte sotto una lente d'ingrandimento da osservatorio astronomico dei più attrezzati, li amplifica a mille ed inizi a sragionare: persino i pregi, così moltiplicati, diventano difetti. Senza riuscire assolutamente a fermarti. Ma, quel che è peggio, senza riuscire assolutamente a rendertene conto, che stai sragionando o agendo da pazza furiosa.
Una mia amica, persona normalmente tranquillissima, grande osservatrice, grande ascoltatrice, una che ha una voce dolce e pacata ed estremamente rassicurante che non alza mai, una volta, in piena SPM, si recò al carnevale di Ivrea. Ora, non so se tutti sapete qual è la caratteristica saliente del carnevale di Ivrea, il motivo per cui uno si sbatte fino ad Ivrea invece che starsene a mangiare frittelle comodamente seduto sul divano di casa: il motivo è la battaglia delle arance. Ci si tirano le arance. Non sto qui a spiegare tutta la storia delle squadre e dei berretti di vario colore che indicano il tuo ruolo o non ruolo nella battaglia: resta il fatto che uno che va là, lo sa già in partenza, che si ritroverà in una città stracolma di gente, in mezzo ad una bolgia infernale in cui non si riesce praticamente a muovere un passo e da cui uscirà, nella migliore delle ipotesi, zuppo, sporco ed appiccicoso come un bambino di tre anni frignante e smoccoloso di ritorno dalla vasca della sabbia ai giardinetti pubblici. Se non addirittura lacero contuso. Anche la mia amica lo sapeva: era lì per quello. Ma era in SPM. Per cui, quando un tizio ha cominciato a bersagliarla di Tarocco, o Sanguinella, o Vaniglia... lei, la mia amica, quella dolce e pacata e rassicurante, è partita (giuro: non è metafora, è puntuale descrizione) a testa bassa, tipo ariete medioevale pronto a sfondare il ponte levatoio, in direzione del tizio che ovviamente è fuggito terrorizzato: sul suo volto non c'era più ombra di dolcezza, pacatezza e rassicurazione, ma solo una rabbia cieca e furiosa, primordiale, gli occhi dardeggiavano come quelli di un toro alla corrida. Mancava solo iniziasse a sbuffare fumo dalle narici: io a quel punto avrei cercato un qualunque drappo rosso e sventolandolo avrei chiesto al mio vicino di cercarmi urgentemente delle banderillas. O una 44 Magnum: abbattiamola, così almeno smette di soffrire. Ma non c'ero: me l'hanno raccontato sconvolti quelli che erano con lei. Non mi piace ritrovarmi zuppa, sporca ed appiccicosa, per cui evito accuratamente il carnevale d'Ivrea: specie quando sono in SPM. Il guaio è che nove su dieci non lo sai: te ne rendi conto solo quando, finalmente, ti arrivano.
Io personalmente, invece, non mi dedico all'omicidio quando le mie ghiandole endocrine prendono a roteare come dentro il Minipimer. No. Io prediligo il suicidio. La mia vita assume tinte fosche, vivo in una perenne notte buia e tempestosa, crisi di pianto a dirotto mi assalgono senza preavviso o comunque senza che io possa fare alcunchè per trattenerle: la mia latente depressione (evidentemente ne ho una) pretende un posto in prima fila, di essere finalmente protagonista come sente di meritare. Se quindi tutto ciò coincide anche con un periodo di oggettiva, indiscutibile magra, la mia pallosità assume proporzione epiche. Normalmente sono profonda, sensibile, intelligente, analitica... e modesta. Tutto questo entro dei limiti non tollerabili ai più, ma per qualcuno comunque tollerabili, se non addirittura apprezzabili. Ma in SPM coincidente con vacche magre... signori, fatevi forza perchè nulla può porre un argine alla mia disperazione abissale. Ma il peggio è che, se sono vacche magre, io ho un argomento di dissertazione e lamentela cosmica già lì bell'e che pronto, non mi devo sforzare di andare a cercare le magagne nella mia vita: le ho incontrovertibilmente. E su queste magagne rimugino: ed essendo in piena SPM, inizio a sragionare. La mia profondità e sensibilità ed intelligenza e capacità di analisi, elevate all'ennesima potenza, mi portano all'individuazione di tutti i particolari, alla loro dissezione ed osservazione sotto tutti i possibili ed impossibili punti di vista: poi, non paga di ciò, prendo questo magma ribollente di particolari e ne faccio dei mastodontici generali, dove ficco tutto ed il contrario di tutto. Mi perdo in me stessa come un bambino sulla spiaggia di Rimini il giorno di ferragosto: con la stessa disperazione cieca rimango ferma bloccata sul posto, poi inizio a correre a perdifiato, quindi ritorno a cercare dove ho già cercato mille volte. E piango. Convintissima, oltretutto (ed in questo forse il bambino è meglio di me: lui non arriva a vertici assoluti di autoconvincimento come me) di essere assolutamente razionale e lucida, di fare dei gran bei ragionamenti e di avere ragione.
Poi mi arrivano e mi accorgo che i miei stavano due ombrelloni più in là.
Mi accorgo che alla fine le cose potrebbero essere molto, molto più semplici: io per prima, potrei e dovrei sforzarmi, di essere più semplice. Che esserlo non significa rinunciare ad una parte di me, alla mia intelligenza e profondità e compagnia bella ma rendermi, appunto, la vita più semplice: e renderla così tale anche agli altri che, per un motivo od un altro, mi stanno accanto. Poi non è detto ci riesca: io le mani avanti le metto, ormai convivo con me stessa da 35 anni, ed il menarca l'ho avuto piuttosto tardi. Però ci provo. Questo sostanzialmente chiederò domani all'analista: di aiutarmi a diventare un po' più semplice tutto il mese, senza perdere intelligenza etc...
C'è un'altra relazione fra SPM ed amore. Sarebbe il caso di dare un'occhiata al calendario, prima di innescare una crisi o mollarci direttamente: a farlo nel periodo giusto, noi donne riusciamo persino a ragionare. Per cosa credete che li abbiano inventati, i calendari? Per segnarci gli appuntamenti dal dentista?! June 16 TradiscimiL'amore soffoca. Non c'è niente da fare, è inutile che ce la raccontiamo: soffoca, prima o poi soffoca. Ci sentiamo soffocare dall'altro e l'altro ci soffoca. Non a caso ho detto l'amore, e non l'innamoramento. Perchè in realtà non è l'altro, che ci soffoca: è la responsabilità di portare avanti l'amore una volta che l'innamoramento è finito. L'essere responsabili della felicità dell'altro: non più artefici senza sforzo alcuno, solo per quello che siamo, ma responsabili. Ed alle volte, alcuni di noi, questa responsabilità la vedono ancora prima che sia finito l'innamoramento, alcuni di noi ne hanno fatto uno stile mentale, una scuola di pensiero: ci chiamano immaturi, idealisti, narcisisti... stronzi e stronze... non riusciamo ad innamorarci, se lo facciamo scappiamo (prima o dopo, massimo 4-5 anni, toh. Se possiamo farlo: oppure trasciniamo doloranti matrimoni in cui ci pare non ci sia più amore)... da qualche parte, più o meno consciamente, sappiamo già in partenza che prima o poi arriverà quella responsabilità da assumerci: e sappiamo già che non saremo in grado di reggerla. Ed a volte ci facciamo anche piuttosto schifo, per questo: ci diamo dei vigliacchi, degli immaturi, appunto. Degli sbagliati (ma il più delle volte scarichiamo la colpa sull'altro: diciamo che non ci amava più). E soffriamo da cani. Perchè noi, sotto sotto, nella favola ci crediamo. Certo, lo spariamo a gran voce che l'amore, specie quello eterno, non esiste. E proprio il fatto che lo spariamo così a gran voce dovrebbe mettervi in allarme: noi crediamo nell'amore eterno. Anzi, nell'innamoramento eterno: noi inseguiamo un ideale che non esiste, quell'innamoramento che non ci metterà mai di fronte alle responsabilità dell'amore, che sappiamo già ci faranno soffocare e poi fuggire. Eternamente alla ricerca di una persona che non esiste: perchè nessuno non ci traghetterà mai dall'innamoramento all'amore, è fisiologico. Non a caso ci dite che non siamo mai contenti, che la persona su misura non c'è, che non sappiamo quello che vogliamo. No. Noi lo sappiamo bene quel che vogliamo: vogliamo l'impossibile. E crediamo fermamente sia possibile.
Io voglio un uomo innamorato di me tutta la vita. Un uomo per il quale io sia il punto fermo indiscutibile: che ogni giorno mi sollazzi l'egocentrismo confermandomi che ha scelto me. Fra tante, libero di scegliere, ha scelto me. E voglio io, a mia volta, essere innamorata di un uomo tutta la vita, non avere mai dubbi sul fatto che lo voglio nella mia vita. Non voglio perderlo perchè si sente soffocare dal mio amore. Ed io non voglio scappare annoiata perchè mi sento soffocare dal suo, fino a detestarlo.
Per cui... tradiamoci. Tradiscimi. Alla prima avvisaglia di noia tradiamoci. Ma senza aspettare. Ripeto. Alla prima avvisaglia. Non diamoci il tempo, in nome del principio cristiano della fedeltà, d'iniziare a detestarci perchè c'impediamo di sentirci liberi. Voglio un uomo che abbia le sacrosante palle di tradirmi per salvare il nostro amore, che guardi in faccia le sue pulsioni e le sappia riconoscere come tali, senza farsi schiavizzare dalla moralità distorta dell'amore. Le sacrosante palle di considerare che anche io potrei farlo, per lo stesso identico motivo. Voglio un compagno, un complice, non uno zerbino od un carceriere. Voglio un uomo che mi tradisca con amore e consapevolezza, per poter sempre tornare da me perchè io sono quella che non lo fa soffocare. Che ogni tanto mi faccia vibrare per il timore di perderlo, rinnovandomi l'innamoramento. Che ogni tanto vibri per il timore di perdermi, ricordandosi così di quanto è innamorato. Se questo è il prezzo da pagare per l'amore eterno, lo pago.
Sto ancora riflettendo su se sia il caso anche di raccontarseli, questi reciproci tradimenti: o lasciarli solo intuire. Forse solo intuire... non so... raccontarseli sarebbe anche una bella complicità, però sai... le emozioni, il cuore... non so, ci penso.
Sì, lo so: si chiamava "coppia aperta".
June 15 "Al momento no. In futuro non lo so" (lezioni di valutazione del rischio)Io sono molto, molto intuitiva. Troppo. Mia madre mi dice sempre che ho un radar, al posto del cervello. Sono assolutamente in grado, con precisione quasi millimetrica, di individuare gli stati d'animo ed i bisogni di chi mi sta davanti: e, se sono in vena, glieli soddisfo. Anzi, sarebbe più il caso di dire "se ci vedo un mio tornaconto personale": cioè voglio sentirmi utile, farmi ammirare per la mia intelligenza, amare per la mia comprensione. Narcisa. Non lo faccio apposta: ed ho pure sempre pensato che agli altri, questo mio volerli capire davvero, facesse molto piacere. Ma non è sempre così, ho scoperto nell'ultimo anno: nella fattispecie, se uno ha qualcosa da nascondere, addirittura a se stesso, non gli fa per niente, per niente piacere. Creo una sensazione di disturbo, non necessariamente perchè io interroghi palesemente, posso anche stare zitta, una attrazione e repulsione, non meglio definita, che finisce in alcuni casi per rendermi addirittura insopportabile. Lo so benissimo. Bisogna veramente essere molto sicuri di sè, molto disposti a mettersi in discussione, per potermi stare accanto: perchè io non lo sono mai abbastanza.
Ora... nella vita ho incontrato molte persone (e non parlo solo di relazioni d'amore): e sempre, dico sempre, al primo incontro, qualcosa dentro di me mi diceva già se con quella persona sarei andata d'accordo o meno, se ci sarebbe stata un'ottima intesa o meno. In alcuni casi limite, con certi uomini, ho persino sentito, da qualche parte in fondo, che quella persona mi avrebbe fatto molto, molto male. Questo poi non significa io mi sia tirata indietro, eh: spesso mi sono detta "ma va là, sono tutte paranoie tue, rilassati e stai a vedere". Errorissimo. La mia vocina dentro aveva ragione, sempre. E non venitemi a parlare di profezie autoavveranti.
Quella vocina lì mi ha detto anche, viceversa, quando io sarei stata negativa per quelle persone: cioè quando io, a mia volta, avrei potuto fare del male a quelle persone. Quando io ero pericolosa. E qui mi sto decisamente riferendo alle relazioni uomo-donna. Due cose poteva dirmi: o che io, con quella persona lì, proprio non avrei potuto mai starci, non era quella adatta a me (ed in questo caso è molto chiara, nel suo messaggio, e non perderei neppure tempo a scriverci su un post), oppure che sì, quella persona lì mi piaceva... ma... non so... c'è qualcosa, qualcosa che non mi torna, non capisco se è in me o in lei. Ma è qualcosa che non mi torna. C'è: quella vocina c'è, c'è sempre ed in tutti. In alcuni, particolarmente intelligenti e sensibili, anche più che in altri. Bene... userò una espressione che personalmente evito più di "divinamente" e "stronzo": dovere morale. Quella vocina lì si ha il "dovere morale" di ascoltarla: ma subito! Immediatamente! Perchè è vero, non lo sai se il qualcosa che non va è nell'altro o in te: ma visto che non lo sai, potresti pure scoprire che è in te. Ed è un rischio troppo alto, da fare correre all'altro. Bisogna avere le sacrosante palle di rinunciare a quella persona, a quello che eventualmente potrebbe darci, a quello che eventualmente potrebbe essere, alla speranza di futuro che ci dà (perchè ci piace, ci piace: cosa c'è che non va, cosa? sono io o è lei?) e chiudere subito la porta. Avere le palle di affrontare il dubbio che forse siamo noi, e perchè: nonchè il pericolo di pentirci di essercene andati. Senza aggrapparci alla presunta forza dell'altro ed ad un parlare chiaro sui propri dubbi per mettersi al riparo da eventuali accuse future e continuare così a non fare i conti con se stessi, con la possibilità che sia io, che ho qualcosa da affrontare in me. Perchè è con un'anima, che si ha a che fare: e non sai mai cosa può succedere nelle anime.
In termini pratici, significa dopo una, massimo due volte: la sottoscritta ha rinunciato ad una persona che le piaceva, aveva tutti i numeri giusti, proprio tutti, ma... la vocina dentro continuava a dire "no, no, non va, non è il momento, gli fai del male, gli fai del male, ho qualcosa che mi pesa, mi pesa". Alla seconda volta, la vocina era ancora lì: sempre flebile, non aveva alzato di un tono il volume, ma c'era. Senza mascherarmi dietro la cortesia, scegliendo di caricarmi sulle spalle l'odio e la repulsione e la disistima che rifuggo come la peste (ho un bisogno vitale di sentirmi amata e stimata e tutto il resto) e che mi avrebbero permesso, nel caso mi fossi pentita, di tornare, sono sparita senza lasciare traccia e quando sono stata cercata sono stata brutale e cattiva. Ho deciso di sentirmi dire, di dirmi da me, che avevo fatto del male a qualcuno (anche questa è un'altra cosa che evito come la peste: io non voglio fare male a nessuno), mi ero comportata di schifo: non c'era tanto da girarci intorno, era così e basta. Ma nel mio comportarmi con cattiveria, nel mio averlo usato, ho mantenuto una moralità di fondo: non ho dato il tempo, all'altro, di fare crollare le sue difese. Ho rinunciato, appunto, alla mia speranza di futuro per lasciarla all'altro: pur avendogli parlato chiaro su di me, ho capito che non sarebbe bastato, che la mia sarebbe stata una scelta di comodo, che comunque il rischio era troppo alto. Ho accettato di rinunciare alla mia intellettualità che mi voleva profonda e contorta, al mio piacere narcisistico di non confondermi nella massa che si fa una storia da due sere e via, affrontato l'eventualità che forse per una volta io, io la mentale, io la sensibile, io quella che ama e non si accontenta, ero caduta in basso ed avevo voluto solo sesso, persino questo: ed accettandolo, me ne sono andata subito. Per chiedermelo da sola, senza trascinare nessuno con me nei miei abissi.
Quel che ho scoperto dopo non è stato per nulla piacevole: ho dovuto ammettere con me stessa che la specie di storia che mi trascinavo dietro da tempo, competitiva e distruttiva, mi aveva, appunto, distrutta. Che non era un cazzo vero che ero stata in grado di affrontarla ed avevo mantenuto un sano distacco dagli eventi ed eravamo in pareggio: avevo perso, IO avevo perso. Ero ferita, ferita a morte, rancorosa e rabbiosa, ma soprattutto ferita. Quell'uomo aveva reso ME insicura e spaventata, aveva avuto potere su di me. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a smuovermi dal mio arroccamento difensivo finchè io non avessi avuto il coraggio di cedere veramente al mio dolore, ammettere la mia sconfitta dentro di me, di fronte al mio orgoglio ed al mio bisogno narcisistico e disperato di sentirmi invulnerabile. Anche l'uomo più perfetto della terra. C'era persino il rischio che me ne andassi io, magari pure deliberatamente, scientemente, in giro per il mondo a fare danni, se non avessi tirato fuori tutto sto dolore: il rischio che tutta impegnata a tacitare questo dolore, non avrei più avuto l'energia per ascoltare quella vocina in tempo, come ero appena riuscita per un pelo a fare. Ovviamente ho il rimpianto di avere incontrato forse una persona giusta, ma nel mio momento sbagliato: ma sono contenta di essere andata via subito. Me ne vanto.
E di avere capito tutto questo, ora: io comunque sono una che deve capire, se non capisco non riesco ad andare avanti, a fare nulla, neppure perdonare. Non riesco ad elargire il mio perdono per bontà d'animo, per principio, perchè si deve: devo avere degli ottimi motivi, per perdonare, non sono buona, nell'animo. Il mio perdono passa per forza di cose dalla comprensione. Ho compreso e perdonato.
Ma, mio carissimo specchio, mio sentiero di montagna, sono d'accordo... "al momento no. In futuro non lo so". June 14 Equilibri precari"L’associazione tra narcisismo e anoressia è stata convalidata da accurati studi sperimentali di comorbilità, che conferiscono una base scientifica alle intuizioni psicodinamiche (…). Le caratteristiche fondamentali che accomunano le personalità narcisistiche a quelle anoressiche possono essere genericamente definite in termini di: grandiosità, esibizionismo, sensazione di essere speciali, ricerca di ammirazione e di potere, delirio di grandezza, onnipotenza del pensiero, senso di vuoto interiore, angoscia di annichilimento, rigidi schemi cognitivi (standard inflessibili, perfezionismo, rituali…), meccanismi di difesa primitivi (scissione, identificazione proiettiva). ... l’esperienza clinica dimostra che né il paziente narcisistico né quello anoressico approdano mai a uno stato di quiete assoluta, dominati come sono dall’idea delirante di grandezza e di perfezione che li porta a sprofondare in una condizione patologica dagli esiti a volte nefasti. La pratica psicoanalitica si propone pertanto di offrire a tali pazienti nuove opportunità, più realistiche, di realizzare il loro proposito creativo, in un equilibrio dinamico tra mondo interno ed esterno, entrambi integrabili nella totalità dell’individuo umano".
Ora... caro signore... non è affatto piacevole, sa, sentirsi dire una roba del genere. Quando una ha passato tutta la vita a sentirsi dilaniata internamente, eternamente inquieta, eternamente in bilico fra l'andare ed il restare, fra il volere essere inafferrabile ed il volere farsi afferrare, fra il sentirsi un dio ed un totale fallimento, preda dei propri alti e bassi senza soluzione di continuità... e da tutto questo ormai è stremata... ecco, avrebbe bisogno di una parola di conforto. Anche le cose stessero così, sarebbe il caso che questo restasse un segreto irrivelabile, pena la morte, fra lei e la sua ristretta cerchia di addetti ai lavori. Tipo dov'è sepolto il Santo Graal, cos'è successo ad Ustica e l'ingrediente fondamentale della Coca Cola. Non è carino sentirsi dire che sì, è vero, ho ragione, soffro in una maniera atroce e che l'unica cosa che posso fare è accettare il fatto che soffrirò tutta la vita: con qualche aggiustatina qua e là, non proprio così, ma soffrirò, non cambierò sostanzialmente mai. E che questo mio essere così potrebbe pure portarmi alla pazzia: quando io stessa lo so perfettamente, lo temo spesso, mi sento molto lucidamente il germe della pazzia che sonnecchia in un angolino e lo tengo costantemente sotto controllo. Si chieda perchè ho quest'ansia di dover controllare sempre tutto, non perdere mai di vista nulla: alla fine è me, che vorrei controllare. Sono io stessa, che mi faccio paura, in definitiva: e guardi che sto facendo uno sforzo pazzesco, ad ammetterlo. E dentro di me (si renda conto di come sono messa, si renda conto!) covo pure il piacere supremo, di essere una potenziale pazza: mi fa sentire molto speciale.
Quindi è decisamente controproducente, che lei mi dica sta cosa qui. E glielo spiego meglio. Se sono nella mia fase calante, quella in cui mi dico che tutti gli sforzi che ho fatto finora per migliorarmi non sono serviti assolutamente ad un cazzo, quella in cui l'angoscia di vivere mi prende senza scampo ed ho un senso di fallimento onnicomprensivo, che non salva nulla, ma proprio nulla (nella migliore delle ipotesi posso ammettere certi successi, ma li liquiderò come di poco conto, banali, non fondamentali)... ecco, se lei me lo dice in quella fase lì, mi dà una mazzata senza senso. Inizialmente mi farà sprofondare ancora di più nell'angoscia e nel senso di fallimento: perchè mi confermerà che quel che pensavo, cioè che gli sforzi fatti finora non sono serviti ad un cazzo, non erano paranoie mie, è vero, non posso diventare migliore.
Poi scatterà un altro meccanismo... Perchè non solo mi leva la speranza: ma lede al mio amor proprio. Mi sta dicendo che IO non sono CAPACE di migliorarmi. E questa cosa mi farà molto incazzare: e la rabbia è il mio modo per uscire dai momenti di crisi. La rivolgerò contro di lei o contro il mondo, contro il destino avverso che mi vuole fatta così, contro mio padre od il motivo scatenante dell'ultima crisi. Ma qualcuno o qualcosa lo trovo, vedrà. Sa qual è il rischio probabilissimo, a quel punto? Che mi riprenda dall'angoscia e dal quel senso di fallimento: molto velocemente, anche. Troverò molto consolante, pensare che non c'è nulla da fare. Ed anche molto lusinghiero: coglierò a quel punto solo il fatto che sono speciale, particolare, una che va tenuta sotto controllo perchè è potenzialmente sempre sull'orlo della pazzia, che ha dei problemi diversi dagli altri. Cioè mi alimenterà, senza volere, per carità, nella mia perversione difensiva: ed io, sotto sotto, smetterò di fare realmente sforzi. Anche se mi starò dicendo che non è affatto così. Mi avrà offerto un'ottima via di fuga dal guardare quello che realmente c'è, dal rinunciare ai miei schemi che tanto mi tranquillizzano. Perchè sono gli unici che conosco: anche se a volte mi fanno stare male, ma sono gli unici che conosco.
Capisce ora perchè non avrebbe dovuto dirmelo, questo? June 13 Verità assodate, parte quarta: conclusioni provvisorieAvvertenza (l'ennesima): trattasi di quarta parte. Leggere dalla prima o non leggere affatto: diversamente non si capirebbe un fico.
Dice... ma no, basta non cercarti perchè torni! Mica detto... a volte sì, a volte no... dipende dall'umore del momento, dal grado di paura e di coivolgimento e di desiderio... perchè se non mi si cerca posso pure stabilire che non mi si vuole e farmene una qualche ragione, sparendo senza lasciare traccia, alzando barriere impenetrabili: magari inizialmente con dolore, magari pure straziante, ma concludendo prima o poi che semplicemente l'altro non era quello giusto, non mi amava o non mi meritava o non mi capiva. O il momento della vita non lo era, giusto. Tutte cause esterne, in ogni caso. A volte pure raccontandomi che lo sto facendo per l'altro, che ho tagliato completamente i ponti per non farlo soffrire. Oppure ad un certo punto riemergo dal letargo, mi sono ricaricata, non mi sento più così nuda ed indifesa, e cerco io, prima che sia troppo tardi: perchè ho paura che sia troppo tardi, cazzo se ho paura. E' tutto molto aleatorio ed imprevedibile, neppure io sono in grado di stabilirlo a priori. Si potrebbe persino dire che, più sono coinvolta, più ci metto tempo e fatica a tornare: ma neppure questo è sempre del tutto vero.
Nel frattempo l'altro ovviamente l'hai distrutto. Prima l'hai avvolto in una tela di robe fantasmagoriche, hai dato veramente il meglio di te, perchè sei estremamente sensibile ed intuitiva, capisci molto bene ciò di cui gli altri hanno bisogno, in definitiva i loro punti deboli (per forza: è da quando sei nata che ti alleni a capire cosa diamine vogliano da te) e glielo dai: perchè ti devi conquistare il suo amore, la sua stima, la sua ammirazione. Devi avere una conferma di te: piacere per piacersi. All'altro non pare vero di averti incontrata e ti casca ai piedi. Fase dell'idillio. Ma presto, molto presto, lo riduci ad una ameba al tuo servizio, sempre pronto a correre a rassicurarti, e quindi rassicurare se stesso, in un crescendo di richieste e prove ed accuse via via più insostenibili. Non necessariamente litigando, eh: il tutto può svolgersi pure in maniera estremamente soft, una tortura psicologica sottotraccia mascherata da amore che è peggio ancora. Specie se si tratta di una persona mediamente normale e non di un potenziale pazzo furioso come te, che nel meccanismo malato della tua logica proprio non riesce, ad entrarci, lo subisce senza rendersene conto e basta: alla fine ti ritrovi a fianco una persona così insicura (e sei tu, che l'hai resa tale) che diventa oggettivamente intollerabile continuare a starci insieme. Alla fine, forse, l'accusa che gli muovi di essere ossessivo non è poi del tutto falsa: ma lui non lo era poi così tanto, prima di incontrare te.
E questo essere potenzialmente distruttiva, per le persone che si avvicinano a te, lo percepisci sempre più consciamente, man mano che cresci (o forse bisognerebbe dire peggiori, regredisci): arrivi persino ad una fase trionfalistica in cui lo sbandieri chiaramente ai quattro venti, e questo ti fa sentire molto, molto bene. Un dio: perchè se tu sei pericolosa per prima, previeni gli altri che possono esserlo con te. E la tua paura di fondo non la affronti mai. Chiedo quindi scusa qui pubblicamente ai poveretti che mi sono passati sotto mano nella fase trionfalistica: in realtà, dentro di me, lo ammetto, non ho dato loro neanche una possibilità. Non m'interessava "conoscerli" veramente: tutto il mio interesse per loro era solo mirato a denudarli per potermene appropriare più facilmente. Era seduzione, fascinazione e ricerca di conferme. Chiedo scusa ma non l'ho fatto apposta: forse dovevo passare anche attraverso questo. E non cascateci, per ora, nella mia trappola del perdono: cè il rischio che mi senta assolta, che lo faccia ancora una volta per avere una conferma che sono degna d'amore, riempire il mio solito secchio bucato. Aspettate ancora un po', a perdonarmi.
Perchè questo lungo monologo? Perchè le cose, prima o poi, esplodono. Almeno per me lo sono. Ed esplodono quando il trucchetto non ti riesce più. E per far sì che questo avvenga devi incontrare qualcuno come o peggio di te. Altrettanto internamente, sotterraneamente spaventato oppure addirittura nella sua, di fase trionfalistica (che può tranquillamente durare tutta la vita, eh, incancrenirsi nell'insensibilità totale: quelli che molti chiamano stronzi, o stronze. Io no). Ed in questo caso, apriti cielo: inizia un cazzo di gioco al massacro reciproco in cui ognuno dei due sfrutta il punto debole dell'altro, cioè la paura della perdita. Sono andate e ritorni continui, indifferentemente da una parte o dall'altra, ma anche quando ci si ritrova ognuno dei due resta arroccato in attesa che l'altro faccia il primo passo, in attesa che l'altro dia la rassicurazione di cui si ha bisogno, provoca per averla, questa rassicurazione, per assistere ad un cedimento che tranquillizzi sul potersi abbandonare a propria volta: ed entrambi si rimane ovviamente delusi. Feriti e sempre più incazzati e rancorosi, ci si allontana di nuovo (riferendosi) : la spirale è talmente distruttiva che si arriva a farsi deliberatamente del male reciproco, rabbiosamente si vuole proprio vedere la sofferenza dell'altro per poter confermare non solo a se stessi, ma anche a lui, il proprio potere. "Lo vedi come ti faccio soffrire, io? Ora ti vuoi decidere finalmente ad ammettere che sei in mano mia? Arrenderti ed amarmi?". E un ottimo modo per mascherare che in realtà esista tutto questo magma interiore è dirsi che si sta solo scopando, ad esempio. Senza contare che ci si sente pure molto vivi e molto speciali, diversi dagli altri, ad avere un rapporto così. In nome dell'eccellenza, di una illusoria distinzione fra la massa, di un potersi definire "speciale", quindi degno d'amore, si sacrifica l'amore stesso. La possibilità di essere felici, che è poi quel che disperatamente, sempre più disperatamente, s'insegue e si vorrebbe. Bella fregatura.
Bisogna uscirne, da tutto questo: darsi una possibilità. Avere il coraggio di dirsi sì, è vero, fuori sono una strafiga arrogante e presuntuosa e provocatrice e distaccata, ma dentro porco cane sono ancora quella bambina spaventata ed in lacrime, usata e sempre alla ricerca di quell'amore che non sentivo. E ne sto ancora soffrendo. E non è un cazzo vero che ce la faccio da sola, che ora ho capito e la prossima andrà meglio, non era il momento giusto, la persona giusta, prima non avevo ancora capito abbastanza: perchè la prossima ci cascherò di nuovo, mi sarò creata il mito, della prossima, del futuro, della perfezione che da qualche parte ci dovrà pur essere, di uno perfetto come me, uno "alla mia altezza". Senza rendermi conto che continuo ad andare cercando quell'amore antico là, la rassicurazione universale: che ovviamente nessuno mi potrà mai dare. E quindi ripeterò lo stesso schema. Sempre più frenetica e delusa ed incattivita ed infelice. Anzi, la prossima sarà pure peggio: perchè alla ferita antica si sono aggiunte, nel frattempo, tutte le altre, tutti i fantasmi degli ex, tutti gli amori finiti che sottotraccia mi alimentano il dubbio. Quindi sarò ancora più barricata, ancora più incapace di fidarmi, ancora più spaventata: non potendo ammettere neppure con me stessa che la mia è dannata paura, ostenterò un distacco che, siccome ho bisogno di andare fiera di me stessa, chiamerò rispetto degli spazi altrui, nel migliore dei casi. E dalla torre del mio distacco chiederò conferme: e non appena le avrò ottenute fuggirò con la solita tattica del sentirmi soffocare. Ci vorrà veramente poco, perchè ormai sarò terrorizzata.
Il coraggio sta nell'entrare in analisi per farsi scardinare questo schema: per farsi buttare giù il castello di carte di personalità che finora ti sei costruita ed a cui ti sei aggrappata. Per rinunciare a quella autostima falsa: che già solo la frase, scriverla, mi dà un brivido alla schiena... rinunciare all'autostima... ma c'è quel falsa, è falsa, non è vera, che pur se mi irrita (mi irrita dirmi che finora mi sono presa per il culo, non ero affatto forte) mi ripeto come un mantra, quando sento che vorrei fuggire e disdire l'appuntamento con l'analista raccontandomi che in me non c'è nulla che non va, sono gli altri quelli sbagliati, io sono perfetta, semplicemente troppo intelligente, sensibile, spiritosa, affascinante, bisognosa d'amore vero ed in grado perfettamente di darlo e quant'altro, troppo per questo mondo inferiore che non mi capisce. Mi obbligo a ricordarmi tutta la felicità che finora mi sono giocata, con il mio schema (non con tutti, eh, per carità: non è che ora mi sto cospargendo il capo di cenere dicendo che è sempre stata solo colpa mia! Alcuni proprio non lo erano, quelli giusti, ci mancherebbe). Tirare un bel respiro, mettere orgoglio e paura, o paura mascherata da orgoglio, da parte, e lasciare entrare qualcuno. L'analista, per ora. Non a caso ho voluto un uomo. Sono terrorizzata eh, lo dico: ho paura di non ritrovarmi più, di cambiare, di perdere tutti i miei punti di riferimento e le mie sicurezze. Ho paura di annoiarmi e che la mia vita diventi banale, "normale". Che già la sola parola mi urta. Ma forse esiste una via di mezzo: un modo per essere speciali, anormali, e pure felici.
Ho chiamato a raccolta tutti i miei ex, in questi giorni: gli importanti li ho ricontattati tutti. Un po' ovviamente ci ho pure goduto: vedere che correvano subito da me era una bella gratificazione, il loro perdono un bel balsamo. Ma questa sensazione, appena la sentivo sorgere, mi costringevo a metterla da parte: mi concedevo di godermela un attimo, giusto un attimo. Mi sono fatta spiegare da loro com'ero, evitando il più possibile di influenzarli con la mia autoanalisi. Ridendo e seri, con leggerezza o sotterranea pesantezza, a tratti da amici veri e disinteressati, ad altri da ex di fronte al fantasma di una relazione, ognuno nel suo modo e secondo la propria personalità e filosofia di vita e genere di storia che ha avuto con me... ma tutti mi hanno confermato che faccio così: l'avvolgimento, lo scavare negli altri, le conferme, l'ossessività, gli scatti di nervi incomprensibili e le fughe periodiche.
Questa è un'ottima ragione per andare dall'analista. Mi dico che il mio sforzarmi di capire i bisogni dell'altro per potere farmi amare è comunque una ricchezza: che ho comunque accumulato un sacco di ricchezze, grazie a questo mio essere spaventata dentro. Che tutto questo non lo perderò.
Fine (forse) Verità assodate, parte terza, andante con brio: le crisi e le proveAvvertenza: terza parte vuol dire che prima si devono leggere la prima e poi la seconda. Altrimenti risulta del tutto incomprensibile. "Verità assodate" è ormai diventato un romanzo di autoanalisi a puntate. Quindi eventualmente saltare a piè pari ed attendere altri post. Obblighi non ce ne sono per nessuno, ci mancherebbe: era solo un'avvertenza.
Ho massacrato un mio ex in particolare, con queste periodiche crisi di chiusura: ormai è passato circa un anno e mia madre, sottilmente accusatoria, ogni tanto ancora me lo ricorda... "l'hai distrutto, quel povero ragazzo". Mi fa molto incazzare, sentirmelo dire: anche se ora lo so, che è così, che è un mio meccanismo del cazzo, anche se ora mi piacerebbe continuare a dirmi che io facevo così solo perchè LUI non era quello giusto, LUI non mi capiva. Dio mio, se mi piacerebbe, riuscire a continuare a dirmelo: pure se continuo a pensare non fosse quello giusto, eh. Sta povera bestia la mettevo continuamente alla prova: tipo mi organizzavo un viaggietto di qualche giorno e se lui si diceva dispiaciuto per la mia partenza io lo rimproveravo perchè mi opprimeva, mi ledeva il sacrosanto diritto di andare via qualche giorno da sola e gli davo pure dell'insicuro. E partivo. Se invece non si opponeva minimamente, dentro di me ci rimanevo male ed iniziavo a dirmi che forse non gliene fregava un fico che ci fossi o non ci fossi. E per paura quindi che, in mia assenza, si accorgesse di non sentire la mia mancanza, non partivo. Per giunta incazzata con lui (sempre dentro) perchè, a mio vedere, con la sua mancanza di opposizione mi aveva costretta a restare: per cui gli piantavo il muso per tutto il periodo in cui avrei dovuto stare via! Un caso clinico! Mi ricordo, anche ridendo, l'episodio limite di una volta in cui lui mi accompagnò alla stazione tutto tenero, dicendomi che a) a lui spiaceva ma b) di andare perchè sapeva che ne avevo bisogno... e questa rottura degli schemi bipolari, estremi, questo atteggiamento così mediatore, mi mandò talmente in tilt che entravo ed uscivo dalla macchina parcheggiata fuori dalla stazione, con la valigia ed il biglietto in mano, dicendo in continuazione "Ho deciso. Parto", uscendo e "Ho deciso. Non parto" rientrando! E lui mi guardava con gli occhi fuori dalle orbite, un po' ridendo un po' sconvolto, chiedendomi "Ma si può sapere che hai??? Vuoi andare o non vuoi andare?!". Ed io disperata, in lacrime, ormai sull'orlo di una crisi di nervi, in mezzo alla via davanti al bagagliaio aperto per l'ennesima volta "Non lo so, Dio mio, non lo so!". Non mi ricordo se poi sono partita o meno...
Oppure, altra prova, appunto, arrivavo alla crisi di chiusura, alla richiesta di solitudine. Per gradi. Tutto iniziava con una non meglio precisata sensazione di noia, che non esplicitavo subito, al sopraggiungere: me la tenevo lì chiusa nello stomaco, imputandola ad un sacco di cose, sperando che passasse e sentendomi pure molto in colpa per il fatto di provarla, perchè oggettivamente a lui non si poteva rimproverare proprio nulla (la prima parte della crisi periodica era così: ancora non gli rimproveravo nulla), lui, la nostra vita, erano sempre uguali a quando la noia non la provavo. Però non passava, non c'era niente da fare. Il secondo step quindi era iniziare a sentirmi piuttosto nervosa ed essere assente: aderivo alle sue proposte, dall'uscire a cena fuori noi due al vedere gli amici, ma mi rendo conto (ora, sempre solo ora) che ero piuttosto antipatica... sulle mie, per niente divertita, mi guardavo continuamente intorno alla ricerca di... boh... una novità, qualcosa che mi prendesse, che mi catturasse l'attenzione. O qualcuno che volesse a tutti i costi la mia: mi facesse sentire protagonista assoluta. A quel punto la terza fase: il boicottamento. "No, non vengo, non ho voglia. Vai pure tu da solo, se vuoi". E veramente volevo andasse: che mi lasciasse un po' in santa pace da sola, ormai decisamente non lo sopportavo più. Che poi lui andasse, da solo, o non andasse, era del tutto irrilevante: io alla quarta fase ci arrivavo comunque, ormai la china l'avevo discesa ed era inevitabile arrivare al fondo. Che si esprimeva in "Non lo so che ho, mi sento depressa, insoddisfatta, ho solo voglia di rinchiudermi in me: voglio semplicemente stare da sola, non è che voglio mettere in discussione il rapporto con te. Ho solo bisogno di un po' di solitudine". E non erano palle, eh: era esattamente quel che pensavo e tutto ciò che ero in grado di dire a me ed a lui che, poraccio, ovviamente si allarmava.
Perchè me ne rendo conto, non è mica semplice stare a fianco ad una così: ti dice che è depressa, che è infelice, e a te viene spontaneo aiutarla. E come lo fai? Standole vicino, no? Solo che quella, se le stai vicino, diventa una iena: sempre più nervosa e sprezzante, non ti tratta palesemente male ma in qualche modo ti comunica che le dai fastidio. Che sei inferiore ed i suoi eccelsi problemi non li puoi capire, tu. Infatti arriva a dirti che vuole stare da sola, che si sente soffocare. Allora tu, come ogni persona normale della terra, ti senti chiamato in causa: se non vuole vederti vuole dire che il problema è con te. Chiaramente ti allarmi in merito al vostro rapporto: è normalissimo. E fai domande, quindi, interroghi, proponi. E quella (sempre io) che fa? Ti dice che non è affatto così, che è tutta una roba interna sua, e s'incazza pure dandoti dell'insicuro ed ossessivo. E tu la vedi, mentre parla: è assolutamente sincera, a tratti fredda a tratti disperata, ti senti un totale idiota perchè non hai saputo comprendere che veramente il problema non riguardava te e adesso, però, con tutta questa insistenza, forse l'hai fatta così incazzare da averlo creato, il problema fra voi. E ti prenderesti a martellate le palle, a quel punto. Lo comprendo.
E' un meccanismo perverso: è la ferita dei non amati che ritorna costante, il dolore dell'antico oggetto d'amore che non si rimargina. Quando vedi che le cose vanno bene, che lui ti vuole bene e tu gliene vuoi, ti prende il panico, anche se non sai riconoscerlo come tale: perchè sotto sotto, nell'inconscio, sei assolutamente convinto che prima o poi finirà, prima o poi smetteranno di amarti. O comunque ti si farà soffrire. Perchè non è possibile che amino proprio te, te che il primordiale amore non ti ha amato, figuriamoci gli altri: o comunque non sei mai stato certo ti amasse sul serio, ti sottoponeva a continue prove, ti caricava di aspettative (magari ti voleva solo spronare in buona fede al miglioramento, per te: ma il messaggio che arrivava a te era tutt'altro) e tu passavi il tempo a cercare di esaudirle nella speranza che prima o poi saresti stato perfetto come lui pretendeva, e quindi finalmente meritevole senz'ombra di dubbio del suo amore. Allora adesso vai in cerca di prove, di questo amore di colui che ti sta accanto: chiedi conferme, continue. Della tua importanza per l'altro e del tuo valore in generale. Dalle reazioni ai viaggi alle banalità quotidiane, dalla presenza ossessiva (per ottenere altrettanto) all'atteggiamento distaccato (per vedere se ti si insegue). E l'altro che fa? Ti rassicura sul suo amore, ti sta vicino, ti coccola e ti sprona. E qui dovrebbe chiudersi il cerchio. Invece la perversione, il corto circuito mentale, dove sta? Che se ti rassicura vuole dire che quell'amore esiste: e ciò non ti risolve la paura di fondo. Te la conferma. Perchè se quell'amore esiste, allora è proprio vero che prima o poi ti farà del gran male, prima o poi scopriranno chi realmente sei, imperfetto e ti faranno soffrire come ha fatto l'antico oggetto: e qui perciò si precipita nell'angoscia e la conseguente crisi di chiusura, una barriera fra te e questo pericolo la devi porre. Creando contemporaneamente un disguido, ponendo la prova suprema del distacco. E siccome non ti puoi permettere di dirti che è una fottutissima paura parecchio antica, una insicurezza (perchè significherebbe dirti che sei un debole, un imperfetto: quindi un indegno d'amore, in ultima analisi. Confermando che l'antico oggetto aveva ragione a non amarti. Intollerabile), allora la chiami claustrofobia, senso di soffocamento. La senti proprio, come tale: le aspettative dell'altro ti ricordano troppo quelle del passato che a quanto pare non sei mai riuscito a soddisfare, sei assolutamente convinto che non ce la farai mai ad esaudirle definitivamente, che entrerai in quel circolo vizioso sepolto nell'anima, non ti senti libero di sfuggire al potenziale dolore dell'amore e chiedi spazio per scappare. Colui che fino ad un momento prima amavi, ora quasi lo odi: perchè ha il potere di farti del male. "La miglior difesa è l'attacco". Lo devi svalutare, caricarlo di valenze negative, trovare dei buoni motivi per smettere di amarlo, se vuoi salvare te stesso: non deve smettere lui (lui deve continuare ad amarti, per carità), devi smettere tu per delle ottime ragioni, razionalissime, che ti permettano di non dover fare i conti con la tua paura ed insicurezza. E quando l'altro ti cerca perchè ti vuole aiutare nella tua infelicità, o perchè è preoccupato per il rapporto, ti fa una perversa cortesia. Nel confermarti e quindi poterlo accusare, appunto, di soffocarti: in più ai tuoi occhi si dimostra pure debole. Quindi indegno del tuo, di amore. E nel caso avessi deciso di andartene definitivamente, il tuo cerchio interno sarebbe perfettamente chiuso: lui non era quello giusto, era inferiore, debole ed ossessivo. Non ti ha capita. La tua autostima è salva, la tua perfezione e quindi il tuo essere degna d'amore non sono state messe in discussione. Era lui, non io. June 12 Verità assodate, parte seconda, variazioni sul tema: la casa e le crisiAvvertenza: seconda parte vuol dire che si deve leggere dalla prima, per comprendere.
Quando mi sveglio la mattina non so ancora bene chi sono, dove, cosa è successo ieri ed a che punto sono della mia vita (che è sempre la mia principale preoccupazione). Anche se la sera prima non ho preso il Lendormin: è un obnubilamento del tutto naturale, il mio. Mi alzo dal letto, tiro su la serranda, scendo a prepararmi la colazione... e mi muovo in una casa che mi ricorda qualcosa, non è un luogo del tutto estraneo: ma non è ancora casa mia. Ho questa sorta di ambivalenza nei confronti delle mie cose, che poi è la stessa, a ben pensarci, che ho nei confronti delle persone.
Non potendo, volendo o riuscendo, a sposare nessuno, ho sposato la mia casa. Così fantastico spesso di cambiare l'arredamento, ad esempio. Ma non un pezzo qua e là: cambiarle proprio totalmente faccia (cosa che non mi posso permettere economicamente quindi, appunto, mi limito a fantasticarci su). Ho una casa che pare uscita da "Ville e Casali" di settembre: molto country e molto al mare, tutta leziosa e coordinata. Tutto è simmetrico, stracolmo e, oltretutto, perfetto: almeno gli altri dicono che è perfetto. Ovviamente a me non lo sembra mai abbastanza. Ci sono i fiocchetti di raso appesi ai pomelli delle antine e delle porte, i poutpourri nelle scatolette a stampe d'epoca, il divano a quadretti ed il letto in ferro battuto con tanto di baldacchino e romantica zanzariera. Per cui a volte vorrei fare piazza pulita di ogni singolo oggetto e creare una casa essenziale e squadrata, legno wengè ed acciaio, asettica, moderna e vagamente etnica: un divano bianco dal design rigido, qualche tocco di rosso, arte contemporanea alle pareti e faretti alogeni che corrono su cavi di acciaio. Ma anche avessi i soldi so che non lo farei: perchè poi ho paura che sentirei nostalgia della mia casa di prima, di ogni fiocchetto, non mi sentirei assolutamente a mio agio, ho paura che la mia casa non parli più di me, mi mancherebbe la terra sotto i piedi e mi pentirei disperatamente. Forse quindi una buona forma di autoterapia sarebbe creare una casa ridotta al minimo, popolata solo da quel che è strettamente necessario alla sopravvivenza e scelto senza alcuna cura, senza dare ascolto al piacere estetico ed alla portata comunicativa dell'oggetto. Però anche quest'ultima casa, alla fine, questa casa vuota deprivata della personalità, ce l'avrebbe, una sua personalità, un suo messaggio: io so che la sentirei, dopo un po' credo che riprenderei pure a riempirla e quindi torniamo al punto di prima...
Tutto questo penso alla mattina, mentre sono seduta a fare colazione e mi guardo intorno: a volte con la tele accesa a volte no, con la mente ancora in parziale letargo. Penso che amo follemente la mia casa, mi piace da matti e questo me la rende odiosa: perchè amarla m'impedisce di sentirmi libera di cambiarla, di rinunciarci. Lo so, non è semplice da comprendere...
Questa schizofrenia, questo eterno movimento, alla fine, ce l'ho in tutto: in una casa così sparo a palla rock duro per giorni di fila per poi rompermi le scatole e passare alla new age ultra soft se non al silenzio totale, che arriva pure allo spegnere le casse del pc per non sentire il plin dei messaggi che arrivano. Per poi di nuovo averne le scatole piene e tornare al rock duro. Da una casa così, tutta trine e merletti, esco oggi senza trucco, in jeans slabbrati, ciabatte e camiciona hippy, domani iperlaccata e signorile in tailleur aderente e tacchi a spillo. Dopodomani non esco proprio: perchè sono schizofrenica pure nel livello di attività fisica e sociale. Per un certo periodo esco, vado a ballare, organizzo fantastiche cene in giardino, mantengo i contatti, sono attenta e solerte e presente e persino corretta ed erutto iniziative ed idee a getto continuo (pure geniali eh... sempre robe che funzionano ed hanno successo, mica idiozie). Poi... all'improvviso... cioè, non proprio all'improvviso, ormai un po' di esperienza su di me ce l'ho ed i segnali premonitori li riconosco, anche se questo non mi ha portata a riuscire pure ad oppormi al processo... più o meno all'improvviso, quindi... mi rompo le palle. Non è solo che mi annoio: mi deprimo proprio. Mi sale su un'angoscia di vivere, un senso di inutilità di tutto quello che ho fatto fino a quel momento, mi sembra patetico e fallimentare, come se avessi passato il tempo a cercare qualcosa che non c'è o ad averlo cercato nel modo, nel posto sbagliato: e reagire a questa angoscia di vivere improvvisa non mi riesce perchè mi sembra un insulto a me stessa. Come se ad un certo punto mi dovessi imporre l'infelicità, come se mi sembrasse giusto e doveroso (e molto chic) ammettere di avere l'angoscia, me la alimento e non mi permetto in alcun modo di sfuggirle. Il risultato è che esco a fare la spesa (a volte nemmeno, non mi preoccupo del cibo, da brava ex anoressica), soprattutto mi compro una stecca di sigarette (lo sapete che quando comprate la stecca i tabaccai vi regalano un accendino? Io sì), e mi chiudo in casa. Fermamente decisa a non uscirne fino a nuovo ordine.
E questo non so neppure se sia un passo avanti. Perchè una volta, quando vivevo con i miei, o dividevo l'appartamento con una amica o, peggio ancora, durante i quattro anni della mia unica convivenza, quando arrivava la bomba mica facevo così. Ma perchè fisicamente non era possibile, mica per altro, mi sa: sicchè nessuno si è mai sostanzialmente accorto di un fico. Quel che da fuori si vedeva era una un po' più assente, semmai, un filo più taciturna, meno brillante. Alle volte neppure quello: perchè sapevo bene che se fossi stata "troppo" taciturna, assente e poco brillante, avrebbero tutti iniziato a chiedermi senza sosta "cos'hai?", a me la cosa avrebbe innervosito parecchio (che già ero abbastanza nervosa perchè non avevo un posto dove chiudermi in silenzio a tempo indeterminato con una stecca di sigarette) e si rischiava di arrivare al litigio epocale. Cosa, quest'ultima, assolutamente da evitare come la peste.
Ora che invece, per la prima volta nella vita, abito da sola in una casa tutta mia, posso finalmente fare esattamente quel che ho sempre voluto: avviso il mondo esterno che non è periodo e mi arrotolo su me stessa. Bevo molti caffè, fumo moltissime sigarette, leggo, scrivo ed ovviamente penso, oscillando in continuazione dalla disperazione ad una specie di buonumore, dalla lucidità alla nebbia: il tutto in totale silenzio e pressocchè totale immobilità, se si eccettua il ronzio dell'aspirapolvere che passo ogni giorno (altrimenti la mia casa si offende, che non la curo nemmeno un po', e poi mi abbandona). Non è consigliabile disturbarmi, in quei momenti: non ho reazioni violente, per carità (tranne con i miei: ma perchè loro sono molto insistenti e perciò si arriva inevitabilmente al litigio di cui sopra). Sono sempre molto signora, io. Però mi infastidisce, mi infastidisce parecchio: la mia stima di voi, anche se non lo dico, scivola inevitabilmente verso il basso. Non che sia irrecuperabile, eh: ma a quel punto ho bisogno di ancora più tempo. Del resto, se nessuno nessuno mi cercasse mai ma proprio mai, fin dal primo giorno, mi sentirei ancora peggio...
Quindi non lo so se potere finalmente rintanarmi nel mio bozzolo quando e come ho sempre desiderato mi faccia poi tutto sto gran bene: inizia a sorgermi il dubbio che più che un passo avanti sia una clamorosa fregatura che mi riporta indietro, questo poter fare finalmente quello che mi pare. Ciò non significa io sia in grado di ribellarmi a me stessa e a questa tendenza. E' solo un dubbio, al momento. Ricomincio pure a pesarmi, in queste fasi: cosa che altrimenti non faccio mai. Se la bilancia del mio bagno potesse parlare, quando la prendo in mano direbbe "ah, ci risiamo eh!". Sprezzante, beffarda ed ironica come la sua padrona.
June 11 ParadossiParadosso dei paradossi: farsi tutta una autoanalisi e teoria mentale illuminante e devastante su se stessi alla fine della quale ci si appioppa una certa etichetta patologica, chiamiamola x. Contemporaneamente chiedendosi, come in un gioco di scatole cinesi, se non ci si stia pigliando per il culo, con quella stessa teoria mentale: cioè che non si è x, ma y, z, k o chissà cos'altro. Fin qui mi seguite? Lo so, non è semplicissimo: semmai rileggete due o tre volte prima di proseguire. Io lo farei.
Dicevo... Quindi comprare un libro, su quella teoria mentale lì, cioè un libro che parla di x (contemporaneamente chiedendosi se non si stiano buttando i propri soldi per leggere robe che non c'entrano un fico: senza contare la beffa di avere la conferma che ci si sta pigliando per il culo). E scoprire che in quel libro c'è il copia incolla di tutte le proprie e altrui conversazioni, persino delle mail: così puntuale che mentre leggi già per la strada, alla fine ti fermi sotto i portici a bocca aperta, assolutamente paralizzata, incapace di camminare e ti guardi intorno perchè ti sorge quasi il dubbio che qualcuno, il Grande Fratello, l'Autore Universale, ti stia spiando, ti abbia messo un microchip sottopelle ed un virus nel pc. Giuro! Non è solo questione di concetti: è proprio persino la terminologia scelta!
Insomma... il paradosso dei paradossi è scoprire di essere un caso clinico, ampiamente catalogato e riconosciuto, e trovarlo estremamente consolatorio. Oltre che pascersi l'ego per la propria capacità di scegliere dove buttare i soldi.
Poi ovviamente pure questa è una trappola narcisistica eh... "ho il narcisismo" suona molto meglio di "ho l'influenza, le tonsille infiammate, fame, sete": quelli ce l'hanno tutti. E' così comodo essere narcisi (ripeto: nel senso patologico del termine. Qui non si sta mettendo in discussione il sano amor proprio. Quindi se fate commenti risparmiatemi il buon senso da manualistica americana, grazie)... farebbe così comodo continuare ad esserlo, fa così tanta meno paura... ma non posso fermarmi ora, non devo. Non ora che ho finalmente un barlume di lucidità.
L'appuntamento con l'analista ce l'ho lunedì, prima di allora non poteva: fatemi il piacere, voi di là... se ora di domenica sera vi dico che sto benissimo e non ci voglio più andare, che non ne ho affatto bisogno... scollatevi dal monitor e venite qui a mandarmici a calci in culo!
Anche se io vi guarderò dall'alto in basso e mi rinchiuderò in un ostinato silenzio, oppure parlerò ma molto pacata e lenta, scandendo bene le parole, con un sorriso serafico e arrogante (ma vagamente, di una misura perfettamente e lucidamente calibrata) sul volto, come una maestrina che con estrema pazienza e bontà d'animo spiega per la centesima volta lo stesso concetto a dei sostanziali idioti (ma sarò così gentile da non dirvelo: ve lo farò solo capire, così non mi potrete accusare di avervi dato degli idioti ed io starò a posto), alternando il tutto con qualche scatto nella voce per farvi pesare il mio nervosismo e quanto voi lo stiate mettendo alla prova e quanto io sia estremamente più logica e corretta ed autocontrollata di voi (Gesù, già mi vedo, già mi vedo, sai che novità)... ecco... anche se io farò così... voi fottetevene, e a costo di trascinarmi per i capelli (li ho ancora corti, ma potete farcela), portatemi da quel maledetto, benedetto analista. June 10 Verità assodate, prima parte nonchè partenzaLa democrazia è un regime autoritario.
Non volersi bene è una malattia invalidante: ma anche volersene troppo non è per nulla sano.
Mio padre è uno stronzo. O perlomeno lo è stato. Ed io devo smettere di dire che però non è colpa sua. Altrimenti la colpa continuo a darla a me: e non smetto di dargli dello stronzo.
L'amore è la perversione mentale dei sani di mente. Ne consegue che l'amore è solo per i sani di mente. Tutto il resto è follia.
Le terapie d'urto non funzionano: ma l'immobilità totale porta alla cancrena ed alle piaghe da decubito.
La dignitosa via di mezzo forse non sta nel mezzo.
Le frasi fatte sono molto consolatorie perchè ci fanno sentire estremamente intelligenti, tormentati e fighi.
Le verità assodate non esistono.
Un narcisista non si rende conto di essere tale finchè non ne incontra un altro. Io l'ho incontrato.
Chi ben comincia non sempre è a metà dell'opera: dopo può comunque succedere di tutto.
L'altruismo è un'arma di ricatto: dare può essere un'ottimo modo per controllare e non farsi mai scoprire. Io ho molto da dare, lo dicono tutti.
Il tormento interiore continua ad essere di gran moda: ma solo chi è tormentato interiormente la segue. Ed è molto irritante sentirsi dire che stai seguendo una moda: ti rende ancora più tormentato.
Attirare l'attenzione è una tentazione irresistibile.
Coltivare la propria intelligenza è una forma estrema di difesa che può portare a risultati nefasti.
L'insoddisfazione spesso è un cane che si morde la coda.
Il Sè è sempre lo stesso antico oggetto d'amore. E l'oggetto d'amore è volante e non identificato: si sposta in continuazione. Quindi non serve nè muoversi nè stare fermi: bisogna che si fermi lui. Oppure smettere di volere per forza quello. Il fatto è che è pure non identificato, appunto.
Leccarsi le ferite impedisce la cicatrizzazione.
Chi è troppo attento a te lo è troppo a sè (ma questa l'ho già detta).
Il controllo della mente non esiste: quando sei convinto di controllare la tua mente vuol dire che hai la mente fuori controllo.
Chi dorme è rilassato e se ne sbatte le palle dei pesci: li piglierà quando si sveglia. E se non li piglia amen, si farà una bistecca al sangue. Io, notoriamente, non dormo.
Sono aggressiva, arrogante e presuntuosa: e me ne vanto. Questo è un dato di fatto. Se sia sano o meno non sono ancora in grado di dirlo: ed averne il dubbio mi infastidisce parecchio.
La resa dei conti non a caso si chiama resa.
L'affetto mi offende: perchè assomiglia alla pietà. E la pietà mi offende ancora di più dell'affetto.
La consapevolezza è un'arma a doppio taglio.
Mia madre mi ha detto che con me non è mai stata tranquilla. Che da me, quando inizio a parlare, ormai si aspetta di tutto: che le confessi che mi faccio le pere o tiro la coca o cose così. Però cinque minuti prima mi aveva detto che non sono affatto così complicata come dico di sentirmi e che è solo questione di un po' di sforzo e buona volontà. Mia madre è una persona molto logica.
La logica fa un gran bene a chi la usa, ma spesso non a chi la subisce. La logica può essere molto irritante ed è un ottimo avvocato difensore, schermo ed anestetico.
L'amore per gli animali ed i bambini non necessariamente è sintomo della capacità di amare. Perchè il generale è costituito da molti particolari: e la parte non è il tutto.
Io amo gli animali ed i bambini.
Tutto questo è comprensibile, in generale, a molti. Nel più infimo particolare a pochissimi: non sani di mente e che se fanno un vanto. Nella fattispecie, a me ed al mio sentiero di montagna, che si starà inerpicando o sarà fermo a riposare, questo non lo so, ognuno ha i suoi tempi. Anch'io sono un sentiero di montagna: io però ora m'inerpico, sono pronta. E se poi tra qualche metro c'incrociamo, pure tanto di guadagnato. Io la mia deflagrazione ora la voglio guardare in faccia, finalmente. Quindi, caro specchio, in ogni caso grazie: e se poi tra qualche metro c'incrociamo, PURE tanto di guadagnato...
Quindi... domani chiamo l'analista. Signori in carrozza.
June 08 Enjoy the silenceApro gli occhi nel buio, galleggio in un bicchiere d'acqua e mi lascio sfiorare dalla pioggia. Poi nel silenzio mi dondolo e si accendono le prime luci. Non cerco distrazioni: niente musica e letture e televisione. E neppure grandi conversazioni. Voglio solo restare fissata in questa apparente immobilità. Se non muovo neanche un dito il pensiero mi scorre senza scossoni... nessuna marcia indietro violenta, fermate brusche od improvvise accelerazioni. Mi piace il silenzio: non mi fa più paura. Lo uso: e non per consolarmi. "Gradisce un po' di silenzio e stasi?". "Sì, grazie: ma liscio, senza ghiaccio, che poi il cubetto tintinna contro il vetro e non riesco a pensare davvero".
Ho rari, rarissimi concetti da esprimere: rigetto delle parole, atrofia semantica. Attendo lumi. Tregua labiale e digitale. Mentale. Non è che tutto quel che avevo da dire l'abbia detto, e lo so molto bene: ma bisogna sfrondare. All'essenza non si arriva col ronzio delle parole.
Tra me ed il soffitto c'è un spazio che ormai è stretto: non me n'ero mai accorta prima. Ero troppo impegnata a parlare. A stordirmi di parole. Ma ora lo guardo, e dopo un po' che lo guardo non c'è più, non lo vedo, non sento neppure più la consistenza del materasso sotto di me. Comincio a salire, su per il sentiero di montagna: e devo vincere la vertigine. Vincere le vertigini. Ci vuole un attimo di pace, per raccogliere il coraggio di vincere le vertigini: non è vero che bisogna buttarsi e basta. Altrimenti la volta dopo avrai lo stesso ancora paura, forse più di prima. Bisogna sapere perchè si fanno le cose, per poterle fare, magari pure discretamente bene. O non fare più quelle che, per una qualche ottima ragione, non vanno fatte.
E quindi io sono profonda. Siamo profondi. Nonostante gli sforzi disperati, le opposizioni della razionalità, la diplomazia della distanza, ci siamo arrivati lo stesso: ognuno sull'orlo del proprio personalissimo precipizio. Per merito incolpevole dell'altro. Come non avercela almeno un po', per questo? Anche se in realtà quel che logica vorrebbe sarebbe benedire il momento in cui ci si è incontrati? Ma noi non siamo logici: noi seguiamo percorsi tortuosi per natura e gusto. "La linea più breve tra due punti è l'arabesco". Come non rifugiarsi nel j'accuse che spazza via tutto e ci riporta a valle, in superficie e lontano dall'orlo?
Mi farebbe molto più comodo che questo silenzio fosse uno sterile anestetico in cui inizio ad inanellare accuse e coltivarmi ostilità fino a dichiararti definitivamente guerra. Invece in questa pace fuori controllo continuo inesorabile a scivolarmi dentro, scoprirmi le carte e sparare fari accecanti sui miei meccanismi, i tuoi e tutte le loro interazioni. Non posso non capirli: risplendono laggiù, in fondo al pozzo e tutto intorno, sopra e sotto ed alle spalle. E se li capisco non mi viene di dichiararti guerra. Non riesco ancora a parlare, chè mi sembra ci sia ancora da aspettare, ancora un po' di calma da regalarci reciprocamente per poterci ricominciare a sorridere: ma non riesco a non capirti e ad aprire conseguentemente le ostilità.
Ma che poi... perchè abbiamo smesso di ridere? Come se all'improvviso tutto dovesse per forza, secondo una qualche regola non scritta, diventare pesante? "La risata è il primo atto creativo".
Eravamo così leggeri... balsami per le anime in pena, ci leccavamo delicati le ferite... limitandoci a volerci bene.
Salgo, salgo verso l'alto: ho buttato le zavorre e salgo verso l'alto. E' per questo che ora dico che, comunque vada, benedico il silenzio. June 06 Rythm'n bluesSta tutto nel ritmo, sai? Il ritmo può essere consolante: mi ricordo che quando Emi si è legato al collo il nastro della tapparella, io ero al funerale, in chiesa, verso il terzo banco credo. Ed ad un certo punto, non chiedermi perchè, ho cominciato ad ondeggiare avanti ed indietro: lieve, lenta, senza scossoni. Ma costante e senza pause. Avanti ed indietro, avanti ed indietro. Mi ninnavo, mi cullavo, mi consolavo da me, in quel ritmo regolare e pacifico anestetizzavo il dolore fine a se stesso, quello inutile, chè tanto Emi non sarebbe tornato in virtù delle mie lacrime, le mie lacrime non sono mai servite a granchè, e trovavo la lucidità di arrivare alle risposte, che quelle sì, servono. Senza risposte non vai avanti. Ma anche con troppe domande non fai molta strada, forse. Poi c'è il ritmo di quando ho lasciato che il mio respiro diventasse un rantolo strozzato, qualcosa che mi bruciava i polmoni e mi premeva alla gola e mi faceva venire paura di morire lì, per terra, accasciata con la testa contro il muro, per un benedetto infarto: e alla fine anche quello, quel ritmo, era consolante. Perchè il ritmo è una cosa che si ripete. Tutte le cose che si ripetono sono consolanti, anche se fai la figa e dici che di schemi non ne vuoi, non vuoi caselle ed abitudini ed aspettative e noia e monotonia. Anche i ritmi nefasti, quelli dove è il peggio che torna ad intervalli regolari, persino quelli sono consolanti: che bello, è tutto a posto, è tutto come prima, non è cambiato nulla, non ho nulla di nuovo e quindi insondabile e sconosciuto e pericoloso, da affrontare.
Il blues ha un ritmo dolente, fatto di partenze senza arrivi: è il peggiore. Forse è per quello che piace tanto alla gente: perchè un ritmo che parte e non arriva mai è doppiamente consolante. La gente... la gente ci guarda, e ci chiede delle cose, si aspetta delle cose da noi: e noi stiamo lì inebetiti a guardarla e chiederci cosa sono, queste cose, e se veramente saremo mai in grado di dargliele, e se veramente sono quelle che vogliamo noi. E più la guardiamo più non capiamo, più ci chiediamo. Ed in quel momento ci sorge il dubbio che loro di tutto questo non si siano accorti, che loro pensino che invece noi siamo belli tranquilli, che pensiamo di avere capito perfettamente che cosa vogliono. E quindi quel che gli stiamo dando è quello che, bontà nostra, secondo noi vogliono. Così cadiamo nell'equivoco mortale: ci sentiamo in colpa perchè noi, invece, quel che vogliono loro proprio non lo sappiamo, non sappiamo neppure cosa vogliamo noi. "Ti prego fermati, che mi stai trascinando lungo una strada che non è la mia, non so se la voglio, fermati finchè sei in tempo chè poi rischiamo che è troppo tardi e ti fai male, ti faccio troppo male ed io non voglio, non voglio farti male". Le aspettative, Dio mio, le aspettative... perchè esistono le aspettative, e perchè ne siamo così tremendamente consapevoli? Come si fa ad essere così leggeri da sorvolare sulle aspettative, proprie e soprattutto altrui?
Poi c'è il rispetto: il rispetto è sempre una gran cosa. Quando non ne hai avuto è la prima che vuoi e la prima che dai: un'eccellente idea, il rispetto. Ma forse, dico forse, bisognerebbe averne un po' meno. O perlomeno cambiare la base, del rispetto: io riesco a rispettarti, rispettare quel che sei, quando so chi sei, so che cosa vuoi. Ma se non lo so, il mio rispetto è in realtà solo timorosa circospezione: è distanza di sicurezza. Io non mi avvicino mai, e tu di conseguenza: e non stiamo qui a discutere se è nato prima l'uovo o la gallina, che è decisamente irrilevante. Molto educati e rispettosi, non ci invadiamo, non chiediamo nulla, ci guardiamo bene dall'avanzare richieste e pretese che non si fa, non è carino nè rispettoso nè dignitoso... ci sentiamo in colpa per il minimo atto di richiesta, qualunque esigenza personalissima ci pare mancanza di rispetto per l'altro. Che sia andare in montagna da soli come venire da te perchè non ho capito. E così restiamo lontani: non riusciamo a conoscerci e a cambiare le basi del rispetto e farlo diventare vero. Così si distrugge tutto: non è il ritmo giusto. Bisogna ricominciare diversamente: da lodevolissime intenzioni si è giunti a risultati disastrosi.
E per forza che uno poi non è felice: per forza che non lo è appena esce dalla parentesi della vicinanza. La vicinanza è vera, quella sì: e nella vicinanza non ci si deve porre il problema delle aspettative altrui e del loro rispetto. La vicinanza è un semplice e sfrondato "qui ed ora". Neanche io, a ben pensarci, lo ero, completamente felice. In questo silenzio mi tornano su gli identici motivi per cui non lo sei tu.
Il ritmo giusto è una melodia, in realtà: dove c'è qualcosa che si ripete consolante in sottofondo, ma tutto scorre, e molto lento. Il ritmo giusto accarezza e basta, puoi chiudere gli occhi con tranquillità senza aspettarti nulla. Dio mio, lo so che non è affatto facile, quando uno, una, inizia ad interrogarsi, è una spirale senza fine da cui si vorrebbe solo scappare: è al "qui ed ora" che bisogna aggrapparsi, però. Almeno secondo me. |
|
|