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July 26 Esistono persone (Andrea Pazienza)Cliccare sull'immagine per ingrandire, leggere ed a quel punto valutare se commentare o meno. July 22 InsistoInsisto con la sola comunicazione visiva: secondo album, "Fetish & Trash, sorry". Il sorry non so nemmeno io perchè l'ho aggiunto. Ne parlerò con l'analista.
July 20 Non scrivo...... mi limito a pubblicare foto. Vedi album "Mind Games". E già così dico troppo. July 05 Dichiarazione d'intenti"Tengo un diario minimo del mio viaggio stereo.
Sto meditando un po' su come utilizzare tutto il mio fairplay" Notturno (post onirico e visivo)Scrivo di notte perchè la notte sono più languida. La notte disegno volute di fumo sopra i rivoli del tempo e galleggio nel silenzio. La notte indosso lunghi abiti neri di seta che mi scivolano sulle scapole e mi precipitano morbidi ai piedi scalzi, corsetti coi nastrini di raso stretti in vita e gonne pompose di velo rasoterra. Nel buio soffice sorvolo i sogni dei dormienti e spargo petali di rose rosse al mio passaggio. La notte divento soave e leggera, m'innalzo sopra i tetti e sfioro indenne le ali dei pipistrelli. Eterea ed innocentemente lasciva, mi lacco le unghie e mi avvolgo in mantelli con ampi cappucci e fiocchi sulla mia gola nuda.
La notte sono sola, sollevando appena il vestito salgo i gradini delle scalinate di marmo dei palazzi del centro, la moquette rossa delle passatoie fermate dalle sbarre di ottone lucido mi solletica i piedi. Mi siedo sui davanzali di grandi finestre spalancate al vento, macchia nera e lucida fra le tende bianche svolazzanti, cammino e levito sui sanpietrini di immense piazze deserte, sotto i lampioni fine Ottocento, fra le serrande abbassate ed i portoni chiusi delle chiese...
M'inoltro in quel vicolo cieco stretto e buio che conosco bene, quello dove c'è solo una lampadina giallo ocra piantata nel muro sbrecciato e ciuffi d'erba spuntano sulla strada dissestata, quello con un balcone microscopico serrato da tende e veranda proprio alla fine, di fronte a me. Continuo tuttavia a fermarmi all'imbocco della galleria bassa che si apre sulla sinistra: neanche di notte riesco a percorrerla...
Però di notte finalmente torno indietro e mi appendo al mio sogno, l'unico motivo reale per cui ho fatto tutto questo, ho laccato le unghie, lisciato i capelli alla perfezione, indossato il corsetto e la gonna ed il mantello e sorvolato tutta la città... la notte mi aggrappo al cancello, l'infinito cancello di ferro battuto con le punte in cima, gli arabeschi sottili all'altezza della serratura massiccia e la catena con il lucchetto che stringe ed avvolge i battenti... mi levo il mantello e lo lascio cadere, la mia schiena nuda brilla opaca nell'alone della lampadina lontana da qui, alzo le braccia verso l'alto ed afferro le sbarre, le mani mi si sporcano di ruggine mentre appoggio la fronte sul freddo del ferro ed il vestito s'imbratta di polvere perchè inizio impercettibile a scivolare verso il basso. Il giardino... c'è un grande giardino oltre quel cancello, alberi maestosi e spiazzi di ghiaia, la facciata di una villa rinascimentale alla mia destra ma soprattutto, soprattutto... un muretto basso, di cemento, a delimitare la fine del giardino. Ed oltre quel muretto non vedo più nulla, non sono mai riuscita a vedere nulla: sono certa che oltre quel muretto c'è un precipizio.
Resto inerme aggrappata a quel cancello, schiava del desiderio di entrare in quel giardino, vagare sotto gli alberi e poi finalmente vedere se davvero c'è un precipizio, dopo quel muretto. Ogni notte. July 03 Trovami"Il gioco degli scacchi ha sempre affascinato conoscitori e non per essere emblema di esercizio razionale puro, “scontro di cervelli” per eccellenza. Anche le avversioni da esso suscitate sono in buona parte sintomo della profonda inquietudine di chi avverte con disagio tale manifestazione di abilità intellettuale. Questo disagio non è dato tanto da un senso di inferiorità verso lo scacchista (che si può provare allo stesso modo verso qualsiasi persona competente in qualsiasi campo dello scibile) quanto dalla percezione della distanza che separa il giocatore di scacchi dal “consorzio umano”: è come se egli si isolasse dal mondo dell’esperienza quotidiana e lo mettesse fra parentesi per vivere in un mondo ideale ad esso quasi totalmente estraneo. (...) Fra le due divinità della guerra dell’Olimpo greco, modello di forza scacchistica sarebbe Minerva e non Marte; ciò è curioso, perché la forza della ragione appare in questa prospettiva come una forza “al femminile”, contrariamente a quanto si pensa di solito". (Scacchi e filosofia, Paolo Di Marco).
C'è un passaggio obbligato, nel corridoio labirintico dei miei pensieri: la mia uscita sta al di là delle forche caudine dei tuoi occhi. Ripiegata sui miei istinti primordiali trovo nell'insonnia lo spazio-tempo indefinito dove tutto è possibile, anche un salto nel vuoto, in tutti i vuoti: i vuoti del mio stomaco, delle presenze ed assenze procrastinate, del foglio bianco privo di regole. Annaspo nel sudore che produco nello sforzo disperato di non precipitare, mi aggrappo con le unghie alle pareti del pozzo e mi si scorticano le dita, lascio scie di sangue dolce sulla roccia e non posso fare a meno di succhiarmi. Rosso. Ancora rosso. Rosso emoglobina a sottolineare le mie parole, fra le ombre cinesi del mio passato, rosso acceso su tutte le mie rabbie, rosso fuoco dei miei personalissimi inferni in coma vigile. Rosso violaceo del vino fra di noi, a segnare il confine in movimento. Rosso artificiale delle mie labbra serrate che non accarezzo più da tempo, non ricordo più la morbidezza delle mie labbra nè ho fotografie mentali della mia bocca socchiusa. Cadaverica Ofelia, resto a galla rigida con gli occhi sbarrati, l'unico elemento cui mi abbandono è l'acqua trasparente... eppure... eppure cerco le rapide, vorrei sapere cosa c'è sotto il fango, getto lo sguardo nel buio delle caverne, mentre il sole mi scalda la pelle ma contemporaneamente mi acceca. Inseguo il coraggio del languore nel ricordo della tua voce che non ho, il coraggio della mia stessa assenza di voce in capitolo nei mulinelli delle mie inclinazioni emergenti. Gioco di sponda sapendo benissimo che non basta, che a quel punto tanto vale non giocare proprio, schermandomi dietro la pietà per me stessa: l'unico fattore, nella mia equazione imperfetta, cui non pongo limiti. Di perfetto c'è solo la mia ambigua consapevolezza che tutto questo ce l'avevo già inciso nell'anima, come un film proiettato nel liquido amniotico, il ricordo confuso della mia essenza unicellulare. Come un conto da saldare.
Le particelle elementari"... tutte le società animali si reggono su un sistema di dominazione basato sulla forza relativa dei loro membri. Tale sistema è basato su una rigida gerarchia: il maschio più forte del gruppo è detto animale alpha; a questi segue il secondo come forza, l'animale beta, e così di seguito fino al più debole e quindi ultimo della catena gerarchica, l'animale omega. In genere le posizioni gerarchiche vengono sancite da combattimenti rituali; gli animali di rango inferiore tentano di migliorare il proprio status provocando gli animali di rango superiore, sapendo che in caso di vittoria miglioreranno la propria posizione. (...). Comunque l'animale più debole ha la possibilità di evitare il combattimento adottando una posizione di sottomissione". (Le particelle elementari, Michel Houellebcq).
Dove sto, io, nella scala gerarchica? E poi esiste una scala gerarchica univoca ed aprioristica o il reciproco livellamento si decide di volta in volta in base alle persone con cui ci relazioniamo? Potrei cioè io essere dominante con qualcuno, nel senso più alto del termine, nel senso d'insegnare ed aiutare ad evolvere, per quanto doloroso e faticoso esso possa essere, e poi ritrovarmi di fronte a qualcun'altro che mi pone in una posizione d'inferiorità?
Sarebbe molto consolante pensare che la scala gerarchica sia una e predeterminata: vorrebbe dire che il cammino, per quanto lungo, non è infinito, esiste un punto d'arrivo finale fatto di equilibrio. Magari dinamico, ma sempre equilibrio: meno confusione, via... sulle proprie aspettative, inclinazioni, desideri, istinti e pulsioni, capacità e priorità e ruoli.
Non sono neppure certa che la sottomissione sia un modo per evitare il combattimento: per evitare davvero il combattimento te ne devi andare, come hai fatto tu. Perchè finchè stai lì, anche da sottomesso, il combattimento è sempre in agguato: e con esso la sconfitta. Ma anche la vittoria, il salire di un gradino sulla scala gerarchica. Finchè stai lì comunque ascolti ed assorbi ed inglobi, per quanto ti tappi le orecchie e ti aggrappi ai tuoi schemi consolidati d'interpretazione e gestione delle cose.
Sono assolutamente convinta che esista un disegno preciso da percorrere nella vita, che nulla di ciò che facciamo o ci accade avvenga per caso: alcuni, in un dato impreciso momento, se ne rendono conto, altri addirittura invece mai. Ma quando inizi a collegare gli eventi non puoi più smettere di farlo, vedi il senso anche laddove non vorresti vederlo.
Per cui non è un caso che io ad un certo punto abbia incontrato te, in te mi sia rivista ed abbia incominciato a cercare davvero me. E che mentre cercavo disperatamente te e me abbia incrociato sulla mia strada qualcun'altro: prima non avrei potuto. Sarei scappata, come hai fatto tu.
Invece no, sono rimasta: spaventata, in preda all'ansia, nuda ed irriconoscibile ai più, camminando per ore con le mani nascoste nelle tasche in mezzo alla folla del sabato pomeriggio in centro che faceva da contorno, fumando a più non posso, seduta sul lungo Po dove non scendevo da un anno, al tavolo di un ristorante bevendo il vino che non bevevo da un pezzo, traslucida e barricata senza grandi risultati, fisicamente rigida. Arruolata. Una particella elementare.
Ho paura: ho un terrore folle, a dirla tutta. C'è tutto un subspazio remoto, antico eppure sotterraneamente familiare, dietro le mie e sue parole, che mi mette il panico. Per questo, forse, non scappo.
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