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August 17 If I rush slow me down...Quando calerà la notte e le auto per la strada si faranno più rare e lo sguardo si fisserà tra il soffitto ed il lampadario... quando gli occhi si abitueranno all'oscurità e non ci sarà più bisogno di accendere la luce, quando nel silenzio si distingueranno netti il ronzio del frigorifero ed il tic tac dell'orologio in soggiorno... quando il libro resterà aperto sul lato vuoto del letto col dorso all'insù per non perdere il segno...allora io verrò. Allora io sarò stesa con le mani sotto la nuca su un qualunque lettino a riva, avvolta in un asciugamano per proteggermi dall'umidità, il faro di un lampione del lungomare che m'illumina vagamente il collo nudo... io sarò lì immobile, fatti salvi i gesti abituali dell'accendermi la sigaretta e portarmela alle labbra: all'inizio ascolterò un po' di musica, ma sul tardi spegnerò anche quella. E non farò nulla, assolutamente nulla, se non affondare nelle onde e le stelle e la sabbia e l'acqua che sbatte contro gli scogli e le risate e le chiacchiere della gente che passerà alle mie spalle sul marciapiede ed a volte verrà fino alla fine del molo per guardare più lontano e mi vedrà e mi osserverà con la coda dell'occhio chiedendosi cosa ci faccio lì da sola e se sono triste o felice o se sto aspettando qualcuno e se questo qualcuno deve ancora arrivare o forse non è mai arrivato e mai arriverà ed imbarazzata da tutti questi pensieri oscenamente malinconici farà finta di niente e se ne andrà, evitando accuratamente di parlare di me. E' sempre imbarazzante vedere qualcuno che si ferma. Non per un attimo solo, ma per minuti interminabili: si ferma e l'unica cosa che pare fare è pensare, senz'ombra di emozioni nettamente definibili dipinte sul volto. Mi rendo conto.
Allora, solo allora, io sarò lì ed anche qui. Allora, e solo allora, se vorrete cercarmi mi troverete e senza fare alcuna fatica. Allora, e solo allora, la mia voce sarà come quella che ho riservato a Bouche e che lei ricorda così bene. Allora la lentezza avvolgerà i miei movimenti e le mie corde vocali ed i miei pensieri, e quella lentezza vi arriverà come un soffio di brezza fresca e costante e tutto, almeno per qualche istante, sarà estremamente facile e possibile. Come un sogno sospeso immobile sotto le arcate del tempo. Quel sogno sono io. August 13 CountdownSabato finalmente si parte per le agognate 3 settimane di eremitaggio annuale. Grazie a tutti per la partecipazione: cercatemi solo se vi rendete improvvisamente conto che la vostra vita senza di me non ha più senso. Io farò altrettanto. Oppure lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.
A UN PASSO DALLE NUVOLE - NEGRITA
Flash di paesaggi spiaccicati sul vetro
Oggi io non guido voglio stare di dietro E farmi cullare, farmi portare Fino al mare, fino al mare, finalmente dove si va? Occhi su un didietro che potrebbe parlare Ma nessun motivo buono per rallentare La destinazione è un traguardo mentale Santa Paranoia io ti lascio dietro di me Se il vento è troppo forte Giro dall'altra parte e poi SARA' COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' PROPRIO COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' Umile viandante figlio di un dio minore Fuori dalle righe, a rasentare il cuore E all'ombra dal sole quel pescatore Versò il vino e spezzò il pane e disse: Presto scappa di qua! Se c'è una rotta buona per me è a un passo dalle nuvole E SARA' COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' PROPRIO COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' MORBIDO PLANARE TRA CORRENTI INSTABILI E DISCESE NELLE QUALI PERDERSI E SARA' COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' PROPRIO COME AVERE UNA MARCIA IN PIU' SPINGERSI IN UN SALTO VERSO IL BLU E PRECIPITARE E POI TORNARE SU PIU' SU August 07 Cherchez la femmeNon so neppure come sia iniziato. So solo che ad un certo punto mi sono ritrovata con le forbici in mano... ora dov'è che mi portate?
Me lo ricordo, quando ti ho visto la prima volta: eri seduto su una panca di fronte alla rimessa, la schiena diritta come un tronco appoggiata al muro. Il sole brillava sulla tua pelle abbronzata, tesa sui tuoi muscoli di atleta, ed il vento che soffia sempre quassù ti dava fastidio, scostavi in continuazione i capelli che ti ricadevano ai lati del viso, con le dita affusolate che ti ho sempre invidiato. Stavi in una specie di posa da guru rilassato, una gamba ben piantata a terra e l'altra appoggiata sul bordo della panca, gesticolavi lo stretto necessario, e così facendo irradiavi una tranquilla e strafottente consapevolezza di te che era come una bolla trasparente che ti separava dal resto del mondo.
Ma per prima cosa, in realtà, non fu la tua immagine, che notai, ma la tua voce: ti davo le spalle, inizialmente, ed all'improvviso sentii, nel ronzio ripetitivo delle insulse chiacchiere generali, il tuo tono. Basso e pacato. La sonorità pulita delle tue corde vocali, il velluto blu scuro liscio e morbido e senza difetti e sbalzi di ritmo della musica che componevi con le labbra sottili mentre impartivi le ultime istruzioni. Allora mi voltai, solo allora, con una strana sensazione d'istintuale ed antica felicità, come se la tua voce non fosse una voce ma un richiamo dell'anima, un ricordo che finalmente riaffiorava, dopo tanto tempo speso inutilmente ad inseguirlo.
E quando alzasti gli occhi... lì fu davvero la fine: fu come se uno stiletto sottile mi penetrasse lento ma inesorabile esattamente al centro dei seni, scivolando senza appello poco sotto lo sterno. Un dolore languido ed implacabile, un rivolo vischioso di sangue che colava giù dal cuore e mi faceva girare la testa e chiedermi dov'ero e chi eri anche se in realtà lo sapevo benissimo: nella perfezione irreale ed assoluta del nostro incrociarci, lì sospesi, tutto intorno turbinava... la gente, le montagne, le macchie colorate delle auto parcheggiate nel piazzale... l'unico punto fermo erano le pozze chiare ed infinite dei tuoi occhi...
Sei di fronte a me che mi guardi: mi stai dicendo qualcosa ma non riesco a capire cosa, il rombo del motore copre la tua voce ed è l'unico aspetto negativo, questo, delle volte in cui ci ritroviamo qui. Ma vedo i tuoi occhi attraverso la mascherina trasparente del casco che ti protegge la testa, ciuffi di capelli biondo cenere ti spuntano impigliati nel gancio che te lo assicura alla gola: gli stessi capelli in cui ieri lasciavo affondare le mie dita.
Come sempre tremo leggermente, ma non protesto, so che è il prezzo da pagare per stare sola con te, lontana da tutto il caos furioso che al momento ci avvolge ancora, lontana dalla terra ed anche dal cielo, senza peso, a mezz'aria fra i miei sogni ed i tuoi che s'incrocieranno per un solo istante: ma io per quell'istante vivo, quell'istante neanche Dio potrebbe essere capace di regalarmelo. Solo tu.
Ci siamo: riconosco quello sguardo, è il tuo segnale. Mi fai un cenno di assenso che ha tutta la rigidità indiscutibile di un ordine e finalmente mi riconosci e mi tratti per quello che sono davvero, anche quando non indossiamo queste assurde tute che si gonfiano come un palloncino: la tua allieva adorante ed adorata, la bambina fragile che beve la tua forza e si rintana nella tua propensione a difendermi. Ho bisogno che tu mi dica cosa fare, che mi guidi e mi controlli e se necessario mi sgridi anche: ho bisogno della tua attenzione. Ne voglio l'esclusiva, voglio l'esclusiva della tua autorità e della tua cura. Per questo sono qui, solo per questo.
Così mi lascio prendere, la tua mano destra nella mia mano sinistra, mentre con la mia destra mi aggrappo tenace alla maniglia del portellone e tu fai altrettanto dalla tua parte: immediatamente lo schiaffo dell'aria mi sembra mi sfondi lo stomaco, mi schiaccia la tela leggera della tuta contro il petto, ti stringo ancora più forte la mano, ti volti a guardarmi e mi fulmini, leggo nel tuo parlare muto che sto veramente stringendo troppo ed allora allento la presa diventando tutta rossa sotto il casco. Vorrei dirti tante cose ora, proprio ora, in questo momento: tutte le cose che ieri pomeriggio, mentre ti rotolavi nelle mie lenzuola fresche e sgusciavi poi in bagno a lavarti ed io ero ancora disfatta stesa sul letto a fissare il soffitto ed il lampadario che secondo me un po' oscillava e sentivo lo scroscio dell'acqua nel lavandino e quasi avrei potuto descrivere con precisone puntuale i tuoi movimenti mentre me ne stavo lì nella penombra spessa ed odorosa e viziata, e poi sei tornato in camera ed hai cominciato a rivestirti svelto e pratico elencando con tono monocorde commissioni da fare e discussioni di lavoro lasciate in sospeso ancora da chiarire... tutte le cose che in quella squallida realtà improvvisamente tornata tale, nel vuoto deprimente della fine del sogno, nell'oppressione della mia vergognosa immobilità nuda di fronte alla tua riacquistata razionalità lucida e vestita, non mi sono venute in mente. Neanche una. Non solo non avevo parole: non avevo neppure pensieri.
Invece ora mi stanno travolgendo: ora sarebbero così chiare da risultare accecanti, ora le riconoscerei ad una ad una e riuscirei davvero a parlarti, ad imbastire un discorso sensato, con una fine ed un inizio che forse potrebbe persino dare il via ad un confronto sincero e leale e magari pure costruttivo e risolutivo. Ma ormai è tardi...
ORA!
GIU'!
Un attimo, è durato un attimo: mi hai lanciato un ultimo cenno con la testa e poi mi hai stretto un po' di più la mano, ti sei piegato in avanti, flessuoso sulle ginocchia, io ho fatto altrettanto. Hai saltato una frazione di secondo prima di me, quindi in un certo senso ho provato a fermarti, ci ho provato, ma tu non hai capito ed allora non ho avuto altra scelta che seguirti, perlomeno. Perlomeno starti vicino. A quel punto ci eravamo già abituati alla forza del vento, dentro il casco urlavo felice e disperata come sempre, come sempre il mio urlo ti giungeva come un eco lontana nonostante continuassimo a tenerci per mano e come sempre ti sei voltato a guardarmi con gli occhi sorridenti di uno che mi commisera e m'invidia. Siamo precipitati veloci per non so ancora quanti metri fino a quando abbiamo raggiunto gli altri, tu hai afferrato con la mano libera quella della tizia che ormai conosco fin troppo bene, e mai come questa volta eravamo assolutamente in formazione perfetta, la nostra stella era un capolavoro di equilibrio e simmetria, tutte le teste allineate verso il centro, ci fissavamo fra di noi preda di una gioia orgogliosa che non so se avrò mai più occasione di provare nella vita, l'aria sbatteva e fischiava e dilaniava.
Poi... hai lasciato la mia mano, e come in un velocissimo domino umano io ho lasciato quella del mio compagno alla mia destra, e così via. Ed hai tirato la cordicella.
L'hai tirata.
L'hai ritirata.
Hai disegnato un gesto come di stizza nell'aria ed hai preso a tastarti in cerca della seconda.
L'hai tirata.
L'hai ritirata.
L'hai tirata ancora.
Strattonata, strappata, violentata. Apriti, porca puttana, apriti cazzo!! Furioso, cieco, frenetico, terrorizzato, ormai l'apertura del mio paracadute mi aveva già risucchiata verso l'alto e stavo anche iniziando a scendere. Ma più lenta di te, che ti allontanavi sempre più veloce, da lassù vedevo i tuoi movimenti sempre più convulsi e scoordinati e sgraziati. Non so come hai fatto, ma per un istante hai alzato la testa verso di noi, nei tuoi occhi non c'erano più strafottenza e padronanza di te e commiserazione: un orrore pazzo te li oscurava ed allargava a dismisura, pareva quasi ti potessero esplodere da un momento all'altro dentro il casco. Ed io non lo so che sguardo avevo, ho cercato di nasconderti i miei veri pensieri anche in quel momento, ancora timorosa che poi un giorno me li avresti rinfacciati o, peggio, ne avresti riso.
Mi hanno detto che il tonfo dello schianto è stato tremendo, fortissimo. Io non l'ho sentito: ero ancora su, quando sei arrivato.
(Il 18 novembre 2006 tale Els Van Doren muore in seguito alla mancata apertura del suo paracadute, in un lancio nella campagna fiamminga. Con lei, nello stesso lancio, ci sono la sua amica Els Clottemans ed un tale Marcel. Il quale da tempo aveva intrecciato una relazione con entrambe, all'insaputa delle due. Finchè la Clottemans, fra l'altro con precedenti di problemi psichiatrici, non l'ha scoperto ed ha deciso di fare fuori la rivale sabotandone il paracadute.
Francamente l'ho trovata una pura follia: io avrei fatto fuori lui.
Pare che oltretutto la sottoscritta non sia l'unica a pensarla così, visto che sembra che la Clottemans ora stia rinchiusa in un manicomio criminale). |
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